giovedì 20 settembre 2007

Chicago addio...

Si, avevo già scritto un titolo simile e me lo avevano già detto che era "Lugano", ma io a Lugano non ci sono mai andato e così saluto uno ad uno i posti (o i luoghi, che non sono la stessa cosa) su cui pianto la bandierina virtuale. Tra un po' di ore sarò di nuovo su uno di quegli aggeggi che in poco tempo ti portano allegramente qua e là e tra poche ore avrò di nuovo lasciato un posto in cui non so se e quando tornerò. Magari non ci tornerò mai più, forse questa è stata la mia unica occasione di passare sulle rive meridionali del lago Michigan, un lago che sembra un mare. Ve l'immaginate lo stupore dei primi esploratori che, assaggiandone l'acqua avranno detto: "ma che strano, un mare povero di sodio, un giorno ci faremo una famosa acqua minerale...". Ok, scusate, sto uscendo un po' dal seminato, ma in fondo non c'è un vero seminato e, in fondo, a quest'ora la mente genera solamente mostri, soprattutto quando la valigia ti aspetta per essere sistemata e riempita e tu non hai nessuna voglia di rimettere tutto quello che ti appartiene ordinatamente a posto e, soprattutto, sapendo che comunque tu la metta, qualcosa dimenticherai nella stanza d'albergo o sul taxi o all'aeroporto e che, comunque, una parte di te la lascerai consapevolmente o inconsapevolmente tra le strade di ogni luogo visitato per forza o per piacere.
Nel girare per le strade di questo luogo, nel poco tempo libero a disposizione, non ho perso la sana abitudine di perdermi, anche se non è stata cosa facile. La monotonia dei grattacieli, la presenza di un punto di riferimento acquatico e l'abbondanza ridondante di segnaletica, rendevano difficile l'impresa. Eppure ci sono riuscito lo stesso, cercando di vedere se per caso comparisse Spiderman su una delle carrozze della metropolitana sopraelevata di questa città (sì, per quanto venga descritta come New York, quella delle riprese del film è proprio Chicago, IL). No, non l'ho trovato Spiderman, così come sarei sicuro che non arriverebbe Superman se cadessi sbadatamente dalle cascate del Niagara. Ho trovato solo molti ragni e una discreta quantità di traffico. In compenso non ho resistito alla tentazione di ascoltare un po' di blues suonato da qualche band di colore, cosa che mi è riuscita abbastanza facilmente. C'era tutto, c'erano i tavoli incrostati, c'era la birra, c'era il consueto contorno di foto "storiche" e c'era pure l'ambiente fumoso che mi aspettavo. Ovviamente c'era anche la band, anzi, ce n'erano ben 2 che si alternavano e che suonavano davvero bene. L'atmosfera in questi casi si crea facilmente da sola oppure da sola esiste nelle nostre teste, forse non è detto neanche che si crei, forse a volte ce la immaginiamo solo per pensare che ci stiamo regalando qualche momento di sano benessere o quant'altro. Non so ancora se, alla fine della serata, io ne sia stato felice o se la cosa mi abbia lasciato addosso un po' di quel qualcosa che assomiglia ad una vaga sensazione di tristezza, quel qualcosa che a volte si fa strada lentamente, ma inesorabilmente fino ad insinuarsi nel profondo dell'anima, quel qualcosa che poi si trasforma fino ad assomigliare ad un arpione e, per quanti sforzi uno faccia per liberarsi, riesce solo a sentirne di più la presenza. So solo che ad un certo punto sono andato via facendomi un po' troppe domande oltre il dovuto, così tante da non farmi capire quello che mi diceva il tassinaro vietnamita, ah, si! "Everithing ok tonight, Sir?" - "Yes, almost everithing, my friend, but the chiacchiers are ported away by the vent...". Si, ero un po confused o confounded, aiuto amiche angle! Nell'inno nazionale britannico ci sono tutte e due le parole, ma non ne ho mai compreso bene la differenza, non sono sicuro di averne la versione giusta e non sono neanche andata a cercarmela la differenza. Improvvisamente come spesso capita, ho ricordato un'incertezza simile di un po' di anni fa: "ma le camere saranno con il bagno?" - "si, si, non lo vedi? C'è scritto ROOMS TO-LET"...
Bin, di ai tuoi di non fare cappellate domani, voglio tornare a casa, voglio un piatto di pastasciutta che mi faccia dimenticare l'odore delle salse che mettono sugli hamburger e voglio sentire l'odore della salsedine che mi spazzi via questo residuo di odore di umidità dolciastra di acqua di lago con contorno di profumo mieloso dei bar del centro congressi e dei centri commerciali di qui! Per ora, in fondo, non chiedo altro...

martedì 18 settembre 2007

Avvitamenti e svitamenti

Beh, mentre ero ancora in volo speravo che il pilota di questo pezzo di ferro avesse, per quanto possibile, meno fantasia di me e, soprattutto, di molti noi. Anche perché mi sento ancora troppo giovane per fare l’ultimo viaggio. Si, lo so, qualcuno direbbe che non si è mai troppo giovani per alcuni tipi di viaggio, ma quello mio era un interesse altruistico dovuto alla presenza con me di un paio di centinaia di persone che non conosco, ma che in fondo mi stanno simpatiche e vorrei davvero che arrivassero sane e salve a destinazione. Soprattutto perché non c’è sempre un soffio di vento sufficientemente forte da sostenere il peso di ciò che si avvita o di chi si avvita. Il rischio è reale, è lo stesso motivo per cui con gli anni si impara a guardare giù e a guardare davanti. Forse lo facciamo un po’ troppo spesso, su quello potrei essere anche d’accordo, ma è un po’ quello che si insegna ai bambini piccoli, lo sapete, no? D’altra parte chi di noi non ricorda gli avvertimenti della mamma o del papà: “guarda davanti” e “guarda dove metti i piedi”. E noi no, noi imperterriti a guardare in alto le foglie degli alberi – “guarda, sono verdi (o gialle, ecc.) – il cielo – “guarda, le stelle! Che belle che belle!” - oppure – “guarda! Guarda! Che cos’è quella cosa grande grande che vola lassù?” – e via discorrendo. E si fantastica, si ride, si è felici, finche, ad un tratto arriva un qualcosa che sbuca apparentemente dal nulla che di colpo ci riporta sulla dura terra spesso in maniera alquanto dolorosa. Che cosa? Un palo della luce (sui cui fili magari stavamo ammirando le rondinelle che ripartono per il Sud), un pezzo di strada sconnessa oppure un gradino malefico, di quelli che sembrano materializzarsi all’improvviso. Lo so, può sembrare un po’ triste e pallosa ‘sta cosa, ma è così, nulla si è di colpo materializzato, era già tutto lì, questo forse è il motivo per cui lentamente, con l’esperienza, con gli anni, “crescendo” impariamo a guardare un po’ meno verso l’alto e a stare un po’ più attenti a dove mettiamo i piedi. E’ vero quello che dissi qualche tempo fa, ma vale la pena di ricordare che “in un soffio molto spesso si vola (ma non sempre) e volare solitamente è bello (ho detto solitamente, non sempre)...”
Comunque far passare tranquillamente le 10 ore che mi separavano da questa amena destinazione non era cosa facilissima, con gli anni il sacro timore che ho dei cieli al di sopra delle nostre teste è andato aumentando e, ovviamente, come tutte le cose negative che ci portiamo dietro, non potrà che ulteriormente peggiorare. Stavolta ho usato un sistema diverso per non pensarci, soprattutto quando i minischermi davanti ai sedili fornivano informazioni tecniche invece delle solite polpette a base di film visti e rivisti e/o di messaggi pubblicitari più o meno occulti. Ho usato un sistema relativamente semplice che consiste nel portarsi dietro un discreto quantitativo di fogli bianchi da riempire con tutto quello che viene in mente. Bene, non so se terrò quei fogli con me, forse li butterò via con il loro contenuto di periodi completi (qualcuno è scritto già qui), elementi di brainstorming dilettantistico (Covey, perdonami!), qualche scarabocchio riepilogativo, e un discreto quantitativo di frasi sconnesse legate alla mia vita o a quello che mi veniva via via in mente. Per fortuna il tizio che sedeva vicino a me non era italiano e, ancor più fortunatamente, beato lui, è riuscito a farsi almeno 7 ore di sonno infischiandosene del tutto dei pasti (e ha fatto anche bene!), di quello che le solerti e indaffaratissime hostess offrivano di tanto in tanto e persino delle hostess stesse. Solito finale, comunque, con la riduzione della velocità, l'apertura del carrello e degli ipersostentatori e tutto il resto di un atterraggio perfetto come quasi tutti gli altri. Mi hanno detto che in fondo il pilota c'entra poco, che oramai fanno tutto gli strumenti di controllo. Io non credo che sia così, continuo ad essere convinto, e forse è questa è una parte delle mie paure, che almeno per qualche momento la vita di noi ignari paasseggeri dipenda totalmente da chi ha le mani sugli strumenti. E non c'è niente di più fallace del giudizio e del pensiero umano.
Comunque dai, non disperate. I fogli sono qui con me, non dovrò fare altro che ripetere il solito rito della catalogatura, scannerizzazione e conservazione di ciò che ho scritto, immaginandone un giorno una rilettura possibilmente più serena.

venerdì 14 settembre 2007

FCO --> AZ 1020 --> MXP--> AZ 626 --> ORD

"Oh!" - direte voi - "Tutte 'ste chiacchiere di titolo solo per dire che vai a Chicago?". Ovviamente si, altrimenti non sarei io, ve l'immaginate se di colpo smettessi raccontare un comunissimo viaggio da vita di tutti i giorni come se fosse un'avventura da cui non si sa se si torna. Però in realtà anche la comunissima vita di tutti i giorni poi non è che sia così "comunissima". Ci pensavo tra ieri e stamattina, prima, durante e dopo uno dei sogni che invadono costantemente le mie notti, prima di ricevere una gradita mail dagli organizzatori del meeting. Una mail che mi confermava il programma dei voli e i relativi orari. Era un po' di tempo che non facevo una trasvolata atlantica, davvero un bel po' di anni e non so ancora se la cosa mi faccia piacere o mi incuta quell'oramai consueto timore di passare 8-9 ore su un affare di metallo che ancora non capisco come sia in grado di librarsi a qualche migliaio di piedi da terra. L'avevo già detto, vero? Ho viaggiato diverse volte, ho toccato mete anche poco battute, per certi versi, ma l'ansia che mi attanaglia ogni volta che la sensazione del distacco da terra è reale, ancora non riesco ad eliminarla. Stavolta me la porterò appresso per qualche ora in più, ma mi sono già premunito di una sufficiente scorta di fogli di carta A4 e di un paio di penne che mi consentiranno di riempire il vuoto che sentirò tra Malpensa e l'atterraggio in terra statunitense.
Ho racimolato le ultime energie creative (si, lo so, ci credo solo io...) e ho immaginato il solito parallelo tra un volo reale e i soliti voli che si fanno con la fantasia, quelli che ci portano lontano con la fantasia e quelli che ci fanno sognare di andare via, lontano, in luoghi che siano liberi da tutte quelle ansie reali che la vita di tutti i giorni ci riserva e delle quali a volte non riusciamo a fare a meno. Si, ok, c'è sempre qualcuno che dice che "se si rilassa collassa" (E. Greppi, A. Finazzo), c'è sempre l'erronea sensazione che un aereo possa volare solamente se la velocità sia elevata, ma a volte non è così e chi abita in prossimità di un aeroporto queste cose le conosce bene. La possibilità che un aereo mantenga l'assetto di volo dipende da vari fattori, dipende dalla velocità, dipende dal vento, dipende dalla superficie alare. Però a volte si può anche volare più piano, si può anche rallentare un po'. Non è difficile, non è complicatissimo volare a 470 nodi e poi, di colpo, rallentare fino a 120 nodi senza rischiare lo stallo. A 120 nodi ci si può rilassare senza collassare, si può guardare il panorama sottostante senza fretta, guardando le case che ci scorrono di lato, guardando le luci della pista che ci aspettano e osservando le luci rosse di fine pista ancora ragionevolmente lontane. A volte corriamo troppo e rischiamo di vedere solamente la fitta coltre di nubi sotto di noi, con la sensazione che viaggiando al di sopra di esse possiamo in qualche modo dimenticare quello che c'è sotto. La velocità giustifica anche il fatto che non possiamo scorgere i dettagli di quello che succede sopra, sotto e a fianco a noi, ma ci resta il solito dubbio: cosa succederà quando dovremo atterrare? Cosa accadrà quando i flap e gli slat completamente aperti ridurranno la velocità a tal punto da farci sembrare fermi? Lì saremo sicuramente costretti a guardare giù dal finestrino. Lì ci renderemo conto, forse, che alcuni dettagli insignificanti, se visti dall'alto dei 30.000 piedi e a 470 nodi di velocità, assumono ben altro aspetto e ben altro impatto se osservati a 100 nodi ad una quota inferiore ai 1000 piedi. Il rischio resta sempre il solito, quello di farsi distrarre dai troppi dettagli, andando in stallo e avvitandoci inesorabilmente su noi stessi, con il rischio inevitabile di precipitare al suolo. A volte ci salva il vento. Te l'avevo già detto, vero Mawiapì? In un soffio molto spesso si vola e volare, solitamente, è bello...
Le foto, come al solito, non c'entrano nulla, ma mi piacevano così, in tutto il contesto. Ma, di nuovo, ve l'immaginate se in un mio post le foto fossero compatibili con l'oggetto del post stesso? Non accadrà, ma nel caso dovesse accadere, vorrà anche dire che la mia presenza qui sarebbe solamente ingombrante.
Beh, vi ho ammorbato abbastanza per oggi. Come da tradizione porterò con me il fido notebook che resta l'ultimo oramai a seguire i miei voli (pindarici e non). Le 2 ore da trascorrere a Malpensa mi daranno forse lo spunto per continuare la storia, altrimenti si risentiamo dopo l'atterraggio a "ORD"...

venerdì 7 settembre 2007

Repetita iuvant (?)

Grazie a Mawiapia (o per colpa sua, fate voi) mi è uscito fuori questo post nuovo-nuovo. Lo confesso, la serie di barchette ormeggiate su quella riva o banchina che sia mi ha allo stesso tempo affascinato e inquietato un po', forse sarà stata la monotona calma che mi sembrava scaturire da esse, forse perchè in fondo una barchetta ormeggiata prima o poi comunque prenderà il largo, andrà lontano o vicino a seconda delle sue possibilità, della potenza del motore o della eventuale superficie velica. Ci sono altre variabili da considerare? Probabilmente, anzi sicuramente , si. Prendiamo ad esempio una barchetta senza motore e senza vela, la variabile da considerare è semplicemente la forza che il manovratore avrà nelle braccia, la motivazione a percorrere una certa distanza e la certezza che, a meno che non si viaggi controcorrente in un fiume, la stessa forza e motivazione sarà necessaria per tornare indietro. Nel caso del motore il discorso è un po' più semplice, a meno che uno non sia un "caimano" (VEDI QUI) come me, una volta accertatisi che le condizioni del mare o del lago siano opportunamente favorevoli, i fattori limitanti sono la quantità di carburante che si ha a bordo e che, ovviamente, è direttamente proporzionale alla potenza in CV (o in Kw) del motore e di conseguenza alla spesa che vogliamo affrontare. Ve lo confesso ora, prima che io parta di nuovo con l'aereo, con il solito dubbio di non tornare indietro (le rotte statunitensi mi mettono sempre una certa apprensione aggiuntiva, da 5 anni a questa parte), uno dei miei sogni è un gommone da 10 metri con tre motori da almeno 250CV l'uno, ma per buona sorte di quanti solcano i mari, non riuscirò mai ad averlo... Resta l'ulteriore possibilità, la navigazone a vela, lì non conta il carburante, non conta (in fondo) neanche la forza, come si dice in un particolare campo della Medicina, "non vis, sed arte", lì contano solo l'esperienza, la bravura, le conoscenze, un po' di sano coraggio e di sete d'avventura (altro? Sicuramente dimentico qualcosa). Ho provato una sola volta tanti anni fa, con una semplice tavola da windsurf, sapete, no? Di quelle che oramai anche i ragazzini delle medie sanno maneggiare. Un'esperienza tragica, dalla riva verso il largo, prima al traverso e poi, con mia grande, ma incosciente gioia, con il vento in poppa... 50m, 100m, 200m, le boe del mezzo miglio dalla costa, che bello!!! Avevo dimenticato due sole cose, semplici ma fondamentali: la prima è che non si può andare in mare sotto il sole nelle prime giornate d'estate SENZA una buona crema protettiva, la seconda è che una delle prime cose che devi imparare è l'arte di tornare indietro, come sempre, come in tutto. Mi ricordo ancora oggi la mia disperata richiesta d'aiuto rivolta a chi era troppo lontanto per sentirmi: "COME DIAVOLO SI FA' AD ANDARE A VELA CONTROMANO???" Poi mi hanno spiegato che si dice "controvento", poi mi hanno anche detto che si dice "di bolina", poi mi hanno anche detto che ci hanno fatto anche un film, però quello che ricordo bene sono le ustioni sulle braccia, sulle spalle e, soprattutto, sui piedi (Pinocchio mi fa un baffo!).
Ma qualcuno di voi ha mai avuto voglia, almeno per un attimo, di dimenticare come si fa ad andare contromano?

domenica 2 settembre 2007

Intermezzo (ostriche!)

Hai ragione, Fa', gli ultimi post "culinari" alla fine hanno fatto venire fame anche a me e dovrò pormi anch'io il problema di come smaltire l'eccesso di calorie accumulate durante gli ultimi giorni. In fondo in questa stagione le uniche occasioni che non mancano sono quelle nelle quali tipicamente ci troviamo costretti, a volte nostro malgrado, ad approfittare dei piaceri della tavola. Continuo a chiedermi se sia il caso di accettare inviti di questo tipo durante tutto l'anno oppure se selezionare la partecipazione a quei periodi in cui le temperature esterne siano al di sotto dei 35 gradi. Lo sapete, no? Le solite regole formali impediscono di andare con i pantaloncini e gli infradito in alcune occasioni e quando il termometro sfiora i 45 gradi, non c'è tessuto fresco che tenga e la sauna norvegese gratuita è assicurata. Comunque alla fine è andata, ne avrei anche altre di foto, ma comincerei a condirle con il consueto sproloquio relativo alle scelte dei luoghi per le occasioni importanti, alla validità delle promesse nel corso degli anni e al significato delle fotografie, a volte ingiallite e sbiadite, riviste dopo un decennio o più. No, amici, stavolta mi fermo alle ostriche, che peraltro facevano parte di un gradevole antipasto e che inoltre venivano portate ben chiuse, come non mi capitava di vedere da tempo. Perchè mi fermo alle ostriche? Forse perchè alla fine ho esagerato con questi simpatici molluschi e ho vissuto una delle notti più popolate di incubi dei miei ultimi 10 anni, però ne è valsa la pena, in fondo erano buone e in fondo rappresentano abbastanza bene quello che penso su alcune cose della vita, di quelle che all'esterno appaiono grossolanamente amorfe e spigolose, ti fanno dannare per aprirle, ma alla fine ne assaggi il contenuto con gusto e soddisfazione. Certo, uno dovrebbe anche avere il coraggio o la disciplina necessari per evitare di farne indigestione, ma in fondo non si può programmare e prevedere proprio tutto, un po' di sana sorpresa ce la dobbiamo sempre riservare, no?
Ah, qualcuno si chiederà come mai il titolo del post sia "intermezzo", beh, vi confesso che non lo so neanche io. Probabilmente un senso c'è, un senso nascosto in un fugace viaggio di poco meno di 2 ore in una nota città vicino alla mia. Non vi dico neanche quale sia, dal momento che le foto valgono più di mille parole e che ne avevo già parlato a lungo qualche tempo fa. Non è che ci fosse una ragione particolare per andarci e non c'era neanche una meta precisa da raggiungere. In fondo mi sono accontentato delle solite mete da turisti e, infatti, ne ho incontrati a frotte un po' dappertutto. In fondo si trattava di uno dei viaggi più banali che un abitante delle mie lande possa affrontare, un viaggio per certi versi ordinario e scontato, senza troppe difficoltà (se non quelle legate al traffico) e apparentemente senza le emozioni forti derivanti da mete più avventurose. Eppure un po' di avventura, per quanto solo immaginaria, alla fine la si trova sempre. Ho provato a fermarmi per ricordare quante volte fossi venuto in questa città, quante volte per lavoro, quante volte di passaggio e quante volte per puro "turismo". Tante, forse anche troppe, eppure non c'è mai fine al troppo, soprattutto quando gli occhi vedono apparentemente sempre le stesse cose, molte delle quali affascinanti nella loro sontuosità e alcune delle quali avvilenti nella loro ordinarietà, ma sono quelle solite cose che guardi cercando di ricordare come le avevi viste prima come le avevi viste 1, 5, 10, 20 anni fa... Eh, sono i soliti tuffi nel passato, quelli da cui è difficile immunizzarsi, perchè è inevitabile ritrovarsi a guardare il presente con lo sguardo di ieri o anche dell'altroieri, perchè l'unico modo per far finta di guarire dai ricordi, ammesso che uno voglia farlo, è quello di evitare di andare due volte nello stesso posto, di guardare due volte le stesse immagini e di sentire due volte gli stessi profumi.
Potevo esimermi dalla cucina locale? Certo che no, considerando che una delle cose che non manca da queste parti è un corposo assortimento di ristoranti più o meno buoni. Ore 12:30, telefonino alla mano e chiamata di rito all'amico lontano che conosce praticamente tutti i posti d'Italia (e credo nel mondo) dove valga la pena fermarsi. Mi risponde assonnato e mi copre di amichevoli improperi... avevo dimenticato che stava "soggiornando" per un po' in terra statunitense e, per di più, nella West Coast. Vabbè, un amico è un amico e alla fine mi indirizza adeguatamente sia verso il locale "giusto", sia verso un'amena località dove tutti prima o poi siamo stati indirizzati. Ne valeva la pena, l'antipasto era favoloso, la carbonara sublime e i saltimbocca ancora meglio. No, non vi parlo del dolce, del caffè e dell'amaro. L'ho detto un post fa, ogni cosa a tempo debito.
Fine della giornata e rientro alla base? Yes, basta così per oggi, però mi viene una tentazione diabolica, una di quelle tentazioni imperdonabili e alle quali non sai resistere. C'era un posto di quella città che non avevo mai visto e di cui avevo sentito parlare anche troppo, - "dai fido navigatore, portami lì" - "ok, ci sarai in 0,14h". E' un po' diverso da come me lo avevano descritto, forse anche a causa di alcuni adattamenti strutturali dovuti al peso di quei simpatici oggetti di ferro raffigurati nella foto. Chissà se avrebbe senso un'analisi statistica sull'utilità di quegli oggetti ai fini dello scopo per cui i rispettivi proprietari li hanno agganciati lì? Basterebbe l'oggetto di ferro a decidere il futuro o sono altre le variabili in gioco? Basterebbe un'analisi univariata a risolvere il problema o neanche una multivariata ci darebbe le risposte giuste? Non ci torno più su quel ponte, questo è poco ma sicuro...