L'ultima notte di guardia
Dopo esattamente vent’anni sto entrando in ospedale per
il mio ultimo turno di reparto, la mia “ultima notte di guardia”, parafrasando
una vecchia canzone di fine anni ‘70. Passo il badge per l'ultima volta,
ascolto il ticchettio del vecchio orologio a muro che quasi stona con la
modernità dei macchinari di ultima generazione, collegati a server in grado di
scandire il tempo silenziosamente e con precisione assoluta. Ma quel ticchettio
oggi non è un semplice rumore meccanico: rappresenta la misura del tempo che mi
separa dalla mia nuova vita professionale. Tra poche ore darò le ultime
consegne e toglierò il camice bianco della clinica, per indossare gli abiti del
medico di sanità pubblica.
C'è una curiosa pace in questo momento di passaggio, una
sottile malinconia che non ferisce e che assomiglia al sentimento del saggio
lettore, che accarezza la copertina di un libro prima di riporlo nello scaffale
più alto. Sto lasciando la trincea del reparto, l’odore pungente dei
disinfettanti, i campanelli di chiamata dei malati, i passi concitati sul
pavimento. Nel silenzio ovattato delle tre del mattino ascolto il ronzio quasi
impercettibile dei server del sistema di gestione del reparto, una piattaforma
di intelligenza artificiale che scorre e pulsa nei cavi e nei monitor,
vegliando dove noi, esseri imperfetti e limitati, vacilliamo per la stanchezza.
Tanti anni fa, in queste stesse ore, i miei occhi inseguivano scritte e valori
sulle cartelle cliniche cartacee, le dita sfogliavano velocemente le pagine nel
tentativo di arrivare a una diagnosi. Oggi non serve più farlo, il nuovo
sistema incrocia in un attimo gli indici di flogosi, l'emocromo e i profili
molecolari con tutti i database mondiali in tempo reale, suggerendo una terapia
mirata prima ancora della fine del giro visita.
Continuo a pensarci mentre l’infermiere mi segnala un
problema al letto 63. Lo seguo, entriamo nella stanza mentre la luce bluastra
dei monitor si riflette sulle pareti bianche. Nel letto c’è un uomo di
settant’anni, lo conosco bene, si tratta di Diego. La sua situazione è
complessa: una polmonite bilaterale su un quadro di immunodepressione severa.
Sul tablet che stringo tra le mani la notifica del sistema lampeggia in un
rassicurante verde smeraldo: "Diagnosi eziologica in corso. Stima
dell'efficacia del protocollo terapeutico empirico: 96,4%. Parametri
stabili". Confronto quest’analisi con i miei ricordi di studio, con la mia
esperienza ventennale, con i confronti accesi con i colleghi: l’algoritmo ha
ragione, teoricamente e clinicamente, perché i grafici mostrano livelli di
saturazione perfetti e valori cardiocircolatori in ripresa. È una sinfonia di
dati che preconizza la vittoria della tecnologia sulla malattia.
Ma Diego non dorme. I suoi occhi sono spalancati
nonostante il buio, persi verso un punto indefinito del soffitto, le sue mani
tormentano l'orlo del lenzuolo. Mi siedo accanto a lui, sentendo il peso di
tutte le notti passate su queste sedie scomode, Diego ha paura; non ci sono
algoritmi che possano valutare il peso nel cuore di un uomo che ha perso la
moglie due mesi fa e che vede la stanza dell'ospedale non più come un luogo di
cura, ma come l’anticamera di una solitudine definitiva.
"Doc, è davvero
l'ultima volta che la vedo?", sussurra con una voce che sembra carta
vetrata, una frequenza che nessun microfono digitale saprebbe interpretare
nella sua interezza emotiva. "Sì Diego, da domani mi occuperò di numeri e
carte, ma lei resterà qui, sempre in ottime mani. Le macchine che vede intorno
sanno tutto di lei, conoscono ogni sua singola cellula. "Sanno anche che
non so se voglio tornare a casa? Perché forse non so più per chi tornare, non
aspetto più nessuno e non c’è più nessuno ad aspettarmi."
Eccola quella crepa, la aspettavo. Gli algoritmi sono
maledettamente perfetti, ci vedono come macchine biologiche i cui guasti sono
solo errori di codice. Ma la cura non è solo questo, ciò che ci siamo
tramandati per generazioni di medici è un’equazione che non conosce quasi mai
soluzioni esatte. È spesso l'atto di restare seduti cinque minuti in più, a
condividere lo sguardo di un malato che ha paura, per onorare quella strana e
intensa comunione che si crea tra chi soffre e chi vorrebbe alleviare quella sofferenza.
Provo una nostalgia da vecchi per i tempi in cui la
medicina sembrava quasi intrisa di aspetti divinatori, pur sapendo che era già
una vera scienza basata su solide evidenze. Ricordo però il mio vecchio
primario, lui non aveva algoritmi predittivi; lui entrava in stanza quasi
annusando l'aria, guardava le sfumature della cute e ascoltava i suoni col suo
vecchio fonendoscopio logoro, forte di un’esperienza fatta di carne, fatica,
memoria e ragionamento: fallibili, sicuramente, ma profondamente umani. Ora abbiamo
quasi annullato l’errore umano. È un progresso immenso che salva vite ogni
giorno eppure, in questa pulizia asettica, forse stiamo sacrificando un pezzo
del nostro istinto, quella scintilla che nasce dal contatto fisico, dallo
sguardo, dall'ascolto. Ho una mia personale convinzione: il futuro della cura
non è una scelta aut-aut tra tecnologia e umanità, ma una sintesi necessaria
che io, forse, sento di non poter più guidare.
Sono quasi le sei del mattino. L'alba inizia a tingere di
un rosa tenue le finestre del reparto e io torno da Diego per un ultimo saluto.
È addormentato, il suo respiro è regolare. Gli rimbocco le coperte con un gesto
lento, quasi rituale, un atto che ho ripetuto spesso e che tra poco non farà
più parte della mia routine. Il mio successore avrà strumenti incredibili,
assistenti virtuali infallibili, ma se smetterà di compiere questi piccoli
gesti, inutili per la statistica, ma vitali per l'anima, sarà solo un tecnico
specializzato in riparazioni biologiche.
Esco dall'ospedale con un sorriso malinconico. L'aria
fresca del mattino mi riempie i polmoni, lavando via l'odore di corsia che mi
porto addosso da venti lunghi anni. La tecnologia non è il nemico, ma è lo
specchio che ci costringe a chiederci cosa resta di noi quando il calcolo è
finito e il dato è stato archiviato. Non c'è amarezza, c’è solo la
consapevolezza di aver fatto parte di un mondo che sta cambiando pelle, un
serpente che si rinnova per sopravvivere. La mia ultima guardia è finita. Il
futuro è già qui e spero sinceramente che riesca a conservare, tra un bit e
l'altro, un posto protetto per il calore di una mano che trema.




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