venerdì 5 giugno 2009

Il Croupier di Hvar...

Un post al giorno leva il medico di torno? Chissa, forse sarà anche per questo che ho cominciato a scriverne uno al mese, quando va bene... Eppure ne avrei anche tante di cose da raccontare, belle, bellissime, brutte, così-così, ecc., ma come al solito ci sono momenti in cui non mi va di essere esplicito, in fondo lo sono stato sempre poco e chi è riuscito a sopportare pazientemente il gioco di questo luogo ne è ben a conoscenza. Si, il gioco, perchè ho continuato a giocare con le parole, ho continuato a giocare con le frasi e con le perifrasi e ho continuato a giocare con la lingua italiana che, di conseguenza, si prende oramai gioco di me senza pietà. Ve l'avevo detto un po' di post fa, ho litigato con il nostro idioma tanti anni fa, ho perso la partita e non riesco ancora a prendermi la rivincita. In fondo ne ho perse tante di partite, chi di noi in fondo non ha mai subito una sconfitta? A volte ci sono momenti in cui mi viene in mente una frase di una nota canzone di De Gregori, ve la dico? No, non adesso, ve la dico alla fine, così almeno qualcuno sarà costretto a leggere tutto il testo. Oramai mi aggrappo a tutto per costringervi a farlo :-) (che bella la faccina, vero? Fa tanto adolescenziale e scherzoso, non c'erano le faccine ai miei tempi e non c'erano neanche gli sms, le email, facebook e tutto il resto della compagnia tecnologica). Ci stavo pensando ieri a questo fatto, nel rovistare nuovamente i soliti scatoloni, tanto per passare un po' di tempo a nutrirmi di quella sana nostalgia che mi permette anche di fare un paio di considerazioni sul bello e sul brutto del fare esperienza. Si, perchè l'esperienza uno se la fa sostanzialmente dagli errori, quasi mai dai successi, almeno questo è ciò che è successo a me, magari altri saranno stati più fortunati, ma personalmente le cose che ho imparato meglio sono quelle alle quali ho legato un qualche cosa di non propriamente allegro, anche nel mio lavoro, purtroppo o per fortuna. Ecco, mi viene in mente un po' quello che succede ai bravi giocatori di poker, di biliardo, di blackjack e di altro. Dov'è il trucco? Dove si riconosce il giocatore esperto? Tempo fa uno di loro cercò di insegnarmelo, ma senza troppo successo. Mi diceva che erano importanti i nervi saldi, cosa che non ho, ci vuole una grande capacità strategica, e mi manca anche quella, ma soprattutto la forza di accettare la sconfitta e di pensare alla partita successiva e, francamente, credo che questa sia la cosa di cui ho difettato più profondamente. Vabbè, ero partito per scrivere qualcosa di leggero, volevo provare a non tediare nessuno, mi era anche venuto in mente di non pubblicarle, queste considerazioni, ma oramai è fatta, lo metto qui e chi s'è visto s'è visto.
Come dite? Ah, si, la frase della canzone di De Gregori, eccola: "... ma io non lo sapevo che era una partita, potrei dartela vinta e tenermi la mia vita...". Beh, alla fine la mia vita me la sono tenuta e, se devo dirvela tutta, mi piace davvero così com'è da 45 anni a questa parte, anzi, negli ultimi 40 giorni mi è piaciuta ancora di più.
Che altro? E' vero! Il titolo del post che c'entra? Nulla, come al solito. Solo una curioso particolare, ce ne sono tante di "sequenze di 3 parole" che non so dire bene, davvero tante. La sequenza delle 3 parole del titolo almeno ha una scusa, per non essere detta bene da me, ma solo per un motivo, che però è chiaro solo per quelli che mi leggono qui e che conoscono anche la mia voce e il mio "leggero" difetto di pronuncia...

giovedì 7 maggio 2009

... has the smile left your eyes?

Ecco cosa succede a non guardare attentamente i dettagli del paesaggio e, soprattutto, quei piccoli alberelli di metallo che compaiono, a volte furtivamente, sui bordi delle strade, sono alti all'incirca almeno 2 metri e riportano una sorta di disco bianco bordato di rosso con varianti più o meno fantasiose. E' importante notarli, perchè spesso risultano essere fonte di problemi e, soprattutto, di spese accessorie inutili per un viaggio che per altri versi è sempre piacevole. Così come è importante consultare la mappa delle città più o meno grandi per stabilirne la reale accessibilità, considerando che, alla faccia della privacy e di tutti gli annessi e connessi, da quando imbocchiamo l'autostrada e fino all'arrivo a destinazione, ci saranno di noi almeno qualche centinaio di foto (altro che calendario, ci uscirebbe...) e qualche mezz'oretta di sano filmato a risoluzione variabile. Bello, vero? Non ci avevo mai pensato fino a ieri o, più semplicemente, non ci avevo fatto caso più di tanto e tutto questo è davvero molto buffo. Si, "buffo" è la parola giusta, per uno che all'inizio ha scritto un blog cercando in tutti i modi di occultarlo alla vista del proprio mondo reale originario di riferimento, con davvero pochissime eccezioni, pochi amici fidati in grado di mantenere un riserbo assoluto. Si, assoluto, è ciò è ancora più buffo, perchè in fondo qui sopra non c'è scritto praticamente nulla di nulla, nulla da occultare, semplicemente qualche riflssione su cose a dire il vero anche molto scontate, emozioni banali, di quelle che ognuno di noi prova più volte nella propria vita e che in fondo non danno più noia di tanto. Si, in effetti il tentativo di "fotografarne" qualcuna in paricolare, di quelle emozioni, mi è pure riuscito, ma credo si tratti solamente di un mio personale convincimento, verosimilmente non supportato da alcun elemento oggettivo.
Comunque non volevo parlare dei dubbi pseudoletterari che di tanto in tanto mi vengono, nè dei motivi che mi hanno fatto iniziare questo blog e che mi spingono a continuarne la scrittura. Oggi pensavo di poter parlare un po' di un altro rapido viaggio al di fuori dei confini regionali, potrei anche definirlo"come tutti gli altri viaggi", ma non lo faccio, come d'altra parte non l'ho mai fatto, perchè nessuno dei viaggi che ho fatto è stato uguale a quello precedente, anche quando mi sia capitato di andare per 2, 3, 4 volte nella stessa città, seguendo la stessa strada e, a volte, incontrando le stesse persone. No, era particolare questo viaggio per una serie di motivi che sarebbe anche inopportuno elencare quassù, per il momento. Piuttosto, la conoscete un po' tutti la A14, vero? E' malefica quell'autostrada, un cantiere perenne, un'incognita piena di code e rallentamenti, ma ve l'avevo già detto come la penso personalmente. Per molti le code rappresentano un'ansia, un dramma o semplicemente una fastidiosissima perdita di tempo e io stesso non nego che il più delle volte sia così, tuttavia ci sono giorni in cui mi diverte rallentare fino quasi a fermarmi, in un posto dove generalmente si corre ad almeno 100Km/h e dove, come mi piace dire, gli oggetti più vicini fuggono via inesorabilmente, mentre i paesaggi più lontani ci accompagnano per tratti di strada anche estremamente lunghi. La faccio breve, sennò mi viene voglia di rileggere il tutto, modificarlo, stravolgerlo e, magari, cancellarlo. Ve lo confesso, è stata una delle poche volte nelle quali ero entusiasta durante l'andata, felice durante la permanenza e sereno durante il ritorno... tre cose che avevo provato tante altre volte, ma raramente tutte e tre insieme. Ok, lo so, il mio tempo delle mele è finio da un pezzo, quello delle ciliege è un vago ricordo, anche perchè, come diceva uno dei commentatori precedenti, il rischio di farsi impallinare è sempre molto alto. Diciamo che sarebbe il tempo degli "aghi di pino, del silenzio e dei funghi" (si lo so, l'ho già detto, sono ripetitivo, ma il blog è mio e se non vi piace cliccate sulla "X" in alto a destra), ma poi sarà vero che "la guerra è bella anche se fa male"?
E buffo quanto inutile e incomprensibile quello che ho scritto, vero? L'ho riletto 2-3 volte, alla fine mi era davvero venuta la tentazione di cancellarlo, poi ci ho ripensato, si, perchè quello che ho scritto ha un senso per me, perchè in fondo qualcosa in più mi era successo durante il viaggio di andata, ripensando al post precedente, ai relativi commenti scritti e ad altri commenti non scritti e tutto ciò mi è venuto in mente ascoltando per caso la canzone il cui titolo è stato da me stravolto e usato come titolo di questo post. Ascoltandola mi è venuto in mente il video e, all'improvviso, dopo anni passati ad averne una visione "classica" ne ho colto una possibile interpretazione anomala, forse.
E' un po' che non vedo il pescatore, vi dico la verità, mi manca davvero, ultimamente...

giovedì 2 aprile 2009

Torino, via Linate, Centrale FS, annessi e connessi...

Era inaspettato questo viaggio, uscito fuori all'improvviso come un apparentemente piacevole pesce d'aprile, però ovviamente non mi dispiace farlo. Come tutti avranno notato, da Nord a Sud, il tempo non è dei migliori, almeno se uno è in cerca di un po' di sole per riprendersi da quello stato di torpore che solitamente accompagna la Primavera. Ok, direte voi, non si può avere tutto dalla vita e il tempo non possiamo scegliercelo noi, ma volete mettere il gusto di lamentarsi un po', così, tanto per fare? E' un viaggio su mezzi di trasporto disomogenei, questa volta, diciamo che, sceso dall'aereo, sto approfittando delle due ore che separano Milano da Torino per scrivere qualcosa qui sopra, un po' per farmi passare il tempo, un po' per evitare di addormentarmi dopo la levataccia di oggi. Mi guardo un po' intorno, cerco di ricordare se io abbia mai percorso questa tratta e per ora non mi viene in mente nulla. Certo, l'ho già detto, il tempo non è un granchè e non suscita pensieri che siano il massimo dell'allegria, ok, forse non suscita neanche pensieri tristi, però immaginatela un attimo, la visuale, e immaginatela dal punto di vista di chi, solitamente, si gira a Est e vede il mare, si gira a Ovest e vede colline e montagne. Qui è tutto così diverso, tutto così risaie e pianura padana, nebbia, pioggerellina sui vetri, stazioni e binari. O almeno questo è il paesaggio che vedo e che mi fa rimpiangere un po' di non essere rimasto a casa, questa volta. Perchè? Non riesco a trovare una risposta, questa volta, forse perchè non c'è una risposta, forse perchè non ho voglia di trovarla o forse perchè adesso ho ricordato quando fu l'unica volta che passai dalla stazione di Novara, in un "lontano" 1988, in un treno Liguria-Friuli con qualche altro centinaio di conoscenti vestiti come me. Visto? Alla fine ci vuole poco per rimettere insieme un po' di pezzi, erano anni che non ricordavo quei momenti, vissuti più o meno come si può vivere uno qualunque dei momenti in qualche modo significativi della nostra esistenza. Ah, ecco, dov'è il trucco? Dov'è l'inganno? C'è, nel solito posto, nei meandri della mente dove succede che, come con le ciliege, un pensiero tira l'altro, si, come le ciliege, non so se qualcuno di voi abbia mai avuto la fortuna di mangiarle al buio sull'albero, sperando di non essere scoperti dal proprietario spesso munito di fucile a sale (si, a sale, non a salve!). Una ciliegia tira l'altra e nel contesto furtivo non ci si può tanto chiedere se il frutto sia abitato o no, chissà quanti ne avrò mangiati, di "abitanti". Non è lo stesso con i pensieri, uno tira l'altro, d'accordo, ma quelli "abitati" in maniera diversa da come si sarebbe voluto, a volte portano con se un supplemento di un qualcosa molto simile alla malinconia... Prima che il treno finisca questa corsa finisco di scrivere, magari arrivando a destinazione mi passerebbe la voglia di pubblicarlo, questo post. Anzi, aggiungo un paio di foto che non c'entrano nulla, come sempre. Non posso neanche sperare in qualcuno che mi allunghi una sigaretta, sui treni non si può e i pescatori di carpe (e anche quelli di scarpe, come me) sono troppo lontani da qui.

domenica 22 febbraio 2009

... ho tante cose ancora da raccontare (per chi vuole ascoltare)...

C'è sempre un momento nel quale ci si chiede cosa farne di una creatura pseudoletteraria creata per caso in un momento casuale e sviluppatasi nel corso dei mesi e degli anni in maniera a volte incontrollabile. Si, perchè c'è sempre almeno un momento in cui si fa un salto indietro a rileggere le cose scritte, per cercare di trovarci le stesse emozioni provate durante la scrittura e per capire quale fosse stata la spinta stessa che ne determinava la stesura. Certo che l'aiuto delle date è sempre fondamentale, soprattutto quando le stesse siano ricorrenti. Le date sporadiche invece hanno un non so che di misterioso, a volte, e di imponderabile.
Però non volevo fare una dissertazione sul significato postumo dei post (che bel gioco di parole, eh?) pregressi, era solo un modo per condividere un dubbio con gli amici che di tanto in tanto passano di qua. Negli ultimi anni ho letto diversi altri blog, molto interessanti, molto impegnati, molto aggiornati e molto scritti bene. Ho un po' riletto il mio, l'ho analizzato meglio, l'ho trovato poco interessante, poco impegnato, poco aggiornato (questo rischio, però, l'avevo già premesso dall'inizio) e scritto poco bene. Mi son chiesto quale utilità possa avere, ok, d'accordo, non è detto che le cose debbano esistere solamente perchè sono utili, di esempi di inutilità esistenti ce ne sono a tonnellate, credo. Quindi, in sostanza, che fare? Lasciarlo senza ulteriori aggiornamenti per il resto della vita di questo mezzo di comunicazione? Farne una copia di backup (io conservo sempre tutto, lo sapete, no?) e cancellarlo dalla rete? Continuare a scrivere come prima, mettendoci dentro le stesse cose che ho scritto finora?
Difficile rispondere, davvero, però mi è capitata anche un'altra cosa curiosa, rileggendo tutti gli articoli precedenti. Una cosa che in fondo mi ha stupito, ma che forse è solo una mia sensazione. Insomma, ho avuto l'impressione che alla fine "sembra" davvero che alcune delle cose scritte raccontino qualcosa, magari comprensibile solo a me stesso... E me ne capitata anche un'altra, di cosa curiosa, mi son reso conto che alla fine mi sono quasi affezionato a questo "spazio virtuale con vista sulla realtà" e allora credo che continuerò a buttare ancora un po' di materiale in questo contenitore. In fondo, a pensarci bene, meglio questo che passare le giornate con le canne (da pesca) sul molo. Anzi, a proposito, è un po' che non lo vedo il vecchio, a volte mi preoccupa, non vorrei che gli fosse capitato qualcosa di spiacevole. Ah, già, ma a lui non potrebbe mai capitare qualcosa di spiacevole, lui "non ci pensa", lui vede il lato positivo di tutte, ma proprio tutte, le cose. Probabilmente se gli accadesse qualcosa, essa al massimo potrebbe essere spiacevole per me. Davvero buona la pescatrice cucinata alla siciliana, ve la consiglio...

venerdì 30 gennaio 2009

Pensieri...

Di nuovo a Napoli, in fondo in Campania ci vado almeno una volta l'anno e davanti al Vesuvio almeno ogni due anni. Si, lo so che c'è chi ci va più spesso, ma mi consolo, c'è anche chi non ci va mai, no? Sapete cos'è una cosa che mi manca, a volte? Qualche momento di sana solitudine, che strano, vero? Anche in questo caso c'è chi si lamenta del contrario, ma l'ho già detto in qualche riga di qualche post fa e tra le righe di qualche altro mio testo, l'uomo è un animale che gode nel non essere soddisfatto delle cose che lo circondano, a volte. Comunque è difficile essere soli in una città come questa e nel contesto in cui mi son trovato nelle ultime ore, incontri, persone, addetti, gente, folla, ecc. La stanza d'albergo? Anche quella non va bene, è una solitudine troppo artificiale, troppo chiusa, per certi versi alienante. No, ci sono riuscito in maniera diversa a ritagliarmi un piccolo spazio e l'ho fatto in questo momento, nella solita hall di un solito albergo in una maniera inaspettata in una di quella maniere che mi capitano oramai sempre più di rado, forse perchè non sono molte le hall con annesso pianoforte e, spesso quando c'è, non si trova nessuno per farlo suonare. Io non ho mai imparato, le uniche cose che so suonare sono il campanello di casa e il clacson della mia Marea. Stavo provando a leggere la posta, a scrivere qualcosa e a pensare ad un po' di cose da dire e da fare, in generale, non per il contesto specifico per cui sono qui. Stavo pensando a quanto sia sempre più strana la sensazione che mi prende ogni volta che lascio casa, a quanto ultimamente la cosa, a volte, mi intristisca pure un bel po'. Chissà, forse è vero che un po' sto diventando più "saggio" (per non usare un altro aggettivo...), forse si avvicina il momento per cominciare a ridurre le solite 72 ore a solamente 24 e mirare solamente agli obiettivi specifici. Beh, prima di perdermi ulteriormente ve la descrivo la scena, in pratica ho il mio fido portatile sul tavolino, un bel Manhattan sulla sinistra e il modem USB sulla destra, osservo il pianista che si siede sullo sgabello, scopre la tastiera e comincia a suonare... che cosa? No, non ora, non è il momento di dirlo, però mi fermo, tolgo le mani dalla mia, di tastiera e prendo il cocktail, senza berlo. Semplicemente lo guardo e vado un po' indietro, 10, 15, 20, 25 anni? Boh! Ho perso il conto, non ricordo neanche quale fosse l'anno preciso del pezzo suonato, ricordo solo che era vivo il grande Troisi, ricordo solo che ce ne erano ancora tante di persone che non avevo ancora salutato per sempre, ricordo anche che in quel periodo le uniche preoccupazioni erano in fondo cose che, a pensarci adesso, farebbero solamente sorridere. Eppure alcune di quelle cose che ora fanno sorridere e che ora appaiono futili o secondarie erano in quei momenti importanti e oscuravano talvolta cose più importanti, più fondamentali (si, lo so, non si dice "più fondamentali"), cose per le quali avrei avuto, anni dopo, la sensazione di non aver usato le giuste parole o, semplicemente, di non averne usato affatto. Ok, il pianista si è fermato, la macchina del tempo si è resettata e lì davanti a me c'è sempre la mia tastiera, il mio modem e il mio Manhattan, ma non lo voglio più, lo lascio al mio collega che di solito va ad aranciata: "provalo, tanto oggi non devi guidare". A me non andava, Venezia mi mette una tristezza a volte "unbearable", come direbbero gli angli, non mi va che prima o poi anche Napoli possa farmi lo stesso effetto, sarebbe davvero il colmo... M'è venuta voglia di una sigaretta, ma qui non troverò un pescatore a passarmela, forse.
Ah, come dite? Qual è il pezzo suonato dal pianista? Non ve lo dico, mi devo vendicare con qualcuno, per le sensazioni che provo, no?

martedì 6 gennaio 2009

Tempo a rendere...

Stavo ripensando alle feste quasi passate, ai dolciumi ingeriti, ai saluti e agli auguri fatti. Si, lo so, è un gioco da rompiballe il pensare alle cose andate e alle sensazioni già provate, si, perchè gli ottimisti, i costruttivi e, forse, i vincenti, guardano avanti, non indietro... Chissà perchè pensavo a questo, sarei un ipocrita se dicessi che non faccio un lavoro che mi piace e mi appassiona, lo sarei altrettanto se dicessi che sono insoddisfatto di quello che ho attorno. Davvero non ho motivi per lamentarmi, però lo sapete tutti com'è fatto l'Homo sapiens, vero? Ci può andare tutto bene, possiamo essere al meglio della forma, al meglio dello stato mentale, ma qualcosa di cui lamentarci la troviamo sempre, è una droga, di cui nessuno di noi forse sa fare a meno.
Stavo riguardando un po' di foto, oggi. Le solite foto dentro lo scatolone, quelle che lascio lì e non ho il tempo nè il coraggio di passare allo scanner e pubblicare, quelle che in parte sono anche in bianco e nero, anche quelle nelle quali sono ancora in un'età nella quale la mia unica preoccupazione era di non essere lasciato solo e al buio, di poter passare le manine al collo di chi mi teneva in braccio e di avere abbastanza latte e biscotti dentro il contenitore apposito. Vedete? Alla fine son riuscito a rovinare anche un'immagine che in genere dovrebbe essere tenera e rassicurante, positiva, ottimistica. Beh, in realtà lo è, ci pensavo un paio di giorni fa, ci pensavo quando leggevo le solite retrospettive dell'anno vecchio. Quali retrospettive? Le solite, no? Quelle carrellate televisive in cui vengono ripercorsi tutti i momenti importanti, gioiosi e non, dell'anno che sta per finire. Sì, quelle sequenze in cui spesso si tende a ricordare principalmente gli eventi più tristi e più angoscianti, forse per sperare che il nuovo anno possa essere più bello del precedente. No, non ci credo più tanto, non mi illudo che l'anno nuovo sia meglio e del precedente e non mi preoccupo che esso possa essere peggio, in fondo la sequenza temporale è continua, le interruzioni ce le mettiamo noi, tanto per darci un termine e un inizio, dimenticando a volte che di inizio ce n'è uno solo e la fine è anch'essa unica. Riguardo un po' meglio la foto in cui ero *un po'* più giovane, non ero male neanche allora, vero? Ci avete mai pensato ad immaginare una foto "infantile" di un noto premio Nobel, di un famoso attore, cantante o calciatore, di un celebre pianista o, perchè no, di qualche temuto capo di organizzazione criminale organizzata? Si, forse la realtà è quella, da piccoli siamo tutti molto simili (non "uguali", sarebbe un po' triste, no?), il tempo che passa ci modifica costantemente, giorno dopo giorno. Abbiamo sempre la possibilità di cambiare in meglio o in peggio, ma cambiare in meglio richiede uno sforzo notevolmente maggiore, perchè maggiore è la difficoltà di far dimenticare agli altri e a noi stessi i momenti in cui siamo stati "peggiori".
Chissà com'era la foto del pescatore del molo Nord da piccolo? Secondo me aveva già la sigaretta in bocca e già rompeva le scatole ai bimbi vicini che si preoccupavano per qualcosa...
Buon 2009 a tutti, lo so, mi contraddico, il tempo è una misura continua, non ha inizio e non ha fine, ma di qualcosa dobbiamo anche illuderci, no? Comunque non ve lo dico cosa c'era dentro le pentole, oggi so' dispettoso.

lunedì 29 dicembre 2008

Dubbi, incertezze, indecisioni & Co.

Mi sono accorto solo oggi che è dal 21 novembre che non scrivo nulla su questo blog, strano, eh? Nel senso, non che sia strano il fatto che io non scriva da allora, ma è strano il fatto che me ne sia accorto oggi e che la cosa mi abbia dato anche un po' di fastidio. Quel sottile disagio dovuto al fatto che di cose da dire, in fondo, ne ho molte e non ne ho nessuna. Dipende dai punti di vista, dipende dalla voglia che ho di rileggerle successivamente, dipende dai feedback negativi e positivi che ricevo. Comunque, morale della favola, non so ancora cosa scrivere qui sopra oggi, però ho iniziato e, come tutte le attività, i lavori e gli esercizi, uno degli obiettivi che a un certo punto della mia vita mi sono fissato di "provare" a raggiungere, è il termine di qualunque cosa iniziata, non importa se essa sia iniziata bena, male o semplicemente così-così. Avevo pensato di scrivere qualcosa di natalizio, ma non l'ho fatto. Non mi sono neanche buttato in tentativi di prosa a tema, anche a causa della solita apatia prefestiva che mi assale in questo tipo di ricorrenza. Buffo, vero? Non ho nulla contro il Natale, nulla contro questa tradizione e nulla contro questa festa che mi appartiene in tutti i sensi, cuturale, religioso, sentimentale, ecc. Ho scoperto però tempo fa di averne ereditato inconsciamente un aspetto un po' triste, ma quello non potevo immaginarlo fino a diversi anni fa e quando l'ho capito era oramai troppo tardi per liberarmene. Un giorno forse ve ne parlerò pure, ma per adesso non mi va di angosciare nessuno, forse non mi va neanche di angosciare me stesso perchè in fondo lo sapete, probabilmente chi si intende di "scienza dello strizzaggio del cervello" lo sa anche meglio, a volte è terapeutico, ma a volte può essere molto rischioso, raccattare oggetti smarriti nel calderone delle cose rimosse. E' affascinante quel calderone, anche perchè ognuno se lo immagina a modo suo. Io ho sempre pensato che fosse una specie di pozzo nel quale giacciono tutti quegli oggetti sepolti da tempo immemorabile... oggetti? Ad un certo punto mi son reso conto che quegli oggetti hanno vita propria, saltellano qua e là e a volte arrivano a farsi vedere di nuovo per un attimo, sì, solo un attimo, perchè non possono rimanere in alto a lungo, per fortuna non volano. Quell'attimo è però a volte sufficiente a creare qualche problema, qualche dubbio. Può essere sufficiente a riportare a galla qualche sensazione che magari abbiamo già provato, ma che può ripresentarsi condita con salse diverse da quella originale, accompagnata a volte da nostalgia, a volte da tristezza, a volte da una sottile rabbia, perchè no? Poi non ha importanza verso chi sia diretta, quella fugace e improvvisa rabbia, il più delle volte è solo verso se stessi. L'importante è che duri poco, in fondo sarebbe anche disonesto negare che ci sia. E dei rimorsi e dei rimpianti che ne facciamo? Non ho mai creduto alla storia che sia meglio il rimorso che il rimpianto, sono tante le storielle a cui non credo più da un pezzo, soprattutto perchè il valore assoluto che diamo ad ognuno dei sentimenti che proviamo dipende spesso anch'esso solamente da noi. Forse non ho rimpianti, sarebbe come dire che ho fatto scelte sbagliate e, poi, ci saranno davvero scelte "giuste"? In fondo quando vi trovate davanti a un bivio, a un trivio o a un quadrivio (ecc., ecc.) siete sicuri che la direzione scelta sia l'unica giusta? A volte è solo la "meno peggio"... Non credo neanche di avere rimorsi, sarebbe come ammettere di aver *deliberatamente* fatto del male a qualcuno e, tranne quando mi son dovuto obbligatoriamente difendere, credo in coscienza di non averlo mai fatto. Il rischio è sempre il solito, cioè scambiare un senso di colpa per un rimorso, ma quelli mi hanno detto che rientrano in un altra categoria e oggi credo che non ne parlerò, anche perchè ne avrei uno in più, quello di aver addolorato a dismisura chi è arrivato a leggere fino alla fine questo post.
Bene, tra un po' sarà passato un altro anno. Forse potevo trovare un altro modo per chiudere il vecchio, magari parlando di bilanci e consuntivi e pensando a buoni propositi e progetti, ma non sarebbe stato realistico, gli unici bilanci di cui mi rendo conto sono le cose che ho capito. Il progetto più importante a cui lavoro è di continuare a cercare di capire. In tutti i sensi...
Buon 2009 a tutti, lo spero davvero, per tutti... pescatore compreso.
Ah, dimenticavo, le foto, anche questa volta, davvero non c'entrano nulla. Forse.

venerdì 21 novembre 2008

Vento di Ponente...

Avete presente quelle giornate di vento sferzante, nelle quali non hai neanche voglia di uscire di casa? Beh, quelle non sono in genere le giornate o i pomeriggi in cui, impegni permettendo, mi piace fare un giro per i posti vicino al mare, fare due passi sul molo e guardare intorno il mare e il fiume con la loro calma a volte monotona. I venti da Ovest-SudOvest sono peraltro piuttosto strani da queste parti, li senti, non te ne accorgi subito che ci sono, perchè i palazzi ti riparano sufficientemente, finchè resti nelle loro vicinanze. In queste giornate, come ho detto, sarebbe più bello e più comodo restare a casa, al coperto, al sicuro da aria, pioggia, scossoni e notizie... No, dalle notizie no, non c'è riparo. Te le ritrovi addosso, ne cominci ad avere cognizione accendendo la tv lasciata accesa per caso. Ok, spegni, accendi la radio, ma non serve a nulla, ci sono cose che arrivano anche lì. Esci, cominci a pensare che forse è meglio subire un po' di vento e non pensare a nulla, ma ecco d'improvviso il sottile ticchettio del cellulare. Speri che sia un amico che ti manda un messaggino (no, non ce l'ho virgola il gattino, per fortuna ho un avviso convenzionale) e invece no, sono le notizie che stupidamente hai lasciato in "push" per restare aggiornato. Ma aggiornato di che cosa? Delle consuete diatribe economico-politiche? Dell'ultimo flirt tra letterine e calciatori o manager? Delle cose che non vorresti sentire mai? Delle cose delle quali ho deciso di non scrivere quasi mai nulla in questo posto che ho lasciato solamente per far pascolare i miei ricordi e la mia immaginazione? (Ok, d'accordo, un pascolo impervio e a volte arido, ma comunque mio). Capisco il senso del messaggio e premo il tasto "annulla". Due passi sul molo ventoso? Ma si, è sempre un ottimo posto per obliare i fatti a cui non vorrei per il momento pensare, vengo qui, guardo le barche che rientrano, osservo i trabocchi, oramai inutili per quello che era lo scopo iniziale, medito sulla linea dell'orizzonte che in fondo ha sempre il suo fascino. Eppure non ci riesco, oggi, a togliermi dalla testa una serie di domande, ovvie quanto inutili. Continuo a subire il vento e a guardare l'orizzonte pensando a un ipotetico viaggio, lontano, definitivo, che allontani per sempre dal posto nel quale si vive. Vabbè, oramai la frittata è fatta, nonostante io sia tutt'altro che dell'umore per continuare. Chiudo gli occhi, ci avete mai provato? Avete mai cercato un modo per trasformare un'immagine in un'altra, soprattutto cancellare un quadro a tinte fosche nel suo esatto negativo? Immaginate una barca o una nave o un aereo o qualsiasi altro mezzo di trasporto. Avete deciso di andare via non si sa per dove, ma semplicemente via, un bisogno improvviso o ragionato a lungo, un qualcosa dettato da un motivo o da nessuna ragione particolare. Cosa decidete di portare? Dipende da quato state via, direte voi, ma immaginate di andare via per un tempo indefinito e con un mezzo che non vi consenta troppo carico, un po' come i famosi 20Kg degli aerei, a quel punto dovete fare delle scelte inesorabili oppure decidere, una volta per tutte, di lasciarvi ogni cosa alle spalle. Il biglietto è pronto, il volo o l'imbarco sono stabiliti, sapete che verrà il momento di salutare gli amici, i parenti, le persone più care. Già, le persone più care, quelle che in qualche modo potranno essere tristi nel non vedervi più intorno, forse le uniche ad esserlo. Ci sono poche alternative per evitare tutto questo, in fondo uno può decidere di partire senza avvisare nessuno, magari ripromettendosi di mandare una cartolina una volta arrivati. E se lì non ci fossero uffici postali? E se non ci fossero francobolli? E poi, cosa penseranno di noi per averli lasciati lì nel posto che a noi sembrava così brutto? Si, alla fine uno può decidere di portare con sè persone piuttosto che oggetti, senza lasciare recapiti, senza avvisare nessun altro. In fondo se parti per sempre è semplicemente perchè nulla ti spinge più a restare dove sei... Vi potrà restare un fugace dubbio, ma in fondo i vostri compagni di viaggio avevano davvero voglia di imbarcarsi?
Li apriamo gli occhi? Ma si, dai! Il vento c'è ancora, il fiume e il mare sono ancora increspati e la linea dell'orizzonte è ancora lì, orizzontalmente dritta nell'aria salmastra, i pensieri sembrano andati via, per fortuna. Sono ancora contento di essere qui dove sono e gli aerei li continuerò ancora a prendere solamente per lavoro o per diletto. Mi giro appoggiando la schiena alla ringhiera osservo il sole che tramonta tra le palafitte e mi accorgo che qualcuno mi osservava sorridendo, probabilmente da un po'. Oh! Ma non ci posso venire qua senza incontrarlo? Alle volte lo invidio 'sto tizio, però sorrido anch'io, questa volta ha avuto difficoltà ad accendere la sigaretta, con tutto quel vento. Lo precedo prima che lui parli, gli dico che si, l'ho letto il giornale, ho visto la tv, l'ho sentita la radio e che ha ragione lui, non dovrei pensarci. Lui mi guarda ancora come se stesse osservando un ubriaco mi allunga l'oggetto acceso e mi fa: "guarda che lo so, è per questo che sono venuto qui...".

sabato 15 novembre 2008

"Come a tutti"... (ok, era: "Glasgow, addio...", ma alle 10,25GMT del 13/11/2008 ho cambiato idea).

[PREMESSA]
M'è rimasto un cruccio in questo viaggio, quello di aver di nuovo messo piede in terra angla, ma in una regione talmente lontana da Londra e Logoborro da farmi un po' sentire in colpa per non aver provato ad estendere la permanenza. Che faccio? Dirò, come si usa in questi frangenti: "sarà per un'altra volta"?
[POSTMESSA]
Sapete, a volte vorrei essere mediamente felice "come tutti", pensare "come tutti", non dare troppa importanza alle cose ("come tutti"?), guardare sempre avanti "come tutti" e, soprattutto, vorrei a volte che mi piacessero gli arrivi "come a tutti", sì, perchè d'improvviso ho scoperto di essere anomalo nel mio amore nei confronti delle partenze, con tutto il loro carico di aspettative, incognite e, perchè no, quella sottile vena di malinconia che accompagna gran parte di noi latini quando ci stacchiamo da terra. Anche gli arrivi possono essere belli, senza dubbio, ma non è sempre così, a volte arrivare comporta delusioni, perchè non sempre le nostre aspettative vengono soddisfatte e, allora, ci sono volte in cui davvero si preferisce ripartire e sperare di trovare qualcosa, magari non meglio o peggio, ma semplicemente "diverso". Se poi uno arriva e non trova la valigia? Beh, quella è un'altra cosa e va sotto un altro nome. Però, dico io, è vero che "la bestia è pesante da tirare su" (I. Fossati, 1984), però lasciate a terra solamente "i pensieri pesanti, le sciarpe, gli occhiali e i ricordi lasciati distante" (ibidem), che cavolo!
Comunque, oggi stavo pensando, come al solito e come tutte le volte che lascio una destinazione nuova, a cosa scrivere qui sopra. Soprattutto perchè oramai la fantasia comincia a scarseggiare, considerando che peraltro non ne ho mai avuto tantissima, e anche perchè la città non si prestava ad una interpretazione univoca. Bella città, non c'è che dire, ma i posti in fondo per me sono tutti belli, mi accontento anche di poco, tanto più quando essi siano nuovi e non conosciuti. Oramai lo avrete capito, no? Non amo tantissimo tornare in luoghi già visti, e fortunatamente mi capita di rado, ripercorrendo strade già camminate, sapendo perfettamente che esse cambiano con il tempo, i negozi chiudono e aprono, i palazzi crescono e si moltiplicano, le persone a volte non ci sono più o comunque non le incontriamo di nuovo. No, decisamente non sono neanche il tipo da "che bella Barcellona! Voglio tornarci" oppure "che emozioni a Praga! Non sarei mai andato via", ecc. (oddio, ho citato due belle località, in ogni caso, eh!). Se potessi andrei a vedere città sconosciute e assolutamente anonime, senza neanche un abbozzo di monumento, senza una storia importante, magari uno di quei luoghi in cui il tempo è passato senza lasciare traccia di sè. Sono tantissimi i posti così, ma solitamente non sono meta nè di turismo nè di lavoro, forse semplicemente perchè non c'è davvero nulla che le faccia mettere sugli itinerari battuti. Anche un posto famoso, comunque, può diventare perfettamente anonimo e uguale a tanti posti anonimi per sè. E' facile farlo diventare tale, basta un po' di fantasia, è sufficiente ad esempio andare a Roma e non vedere il Colosseo, passare a Parigi e non vedere la Torre Eiffel, passare a Pescara e non vedere... (ok, non è che ci si perda poi molto a non passarci). Però facendo così è anche facile tirarsi addosso le ire dei puristi dell'esplorazione, gli improperi dei fanatici della vacanza e le maledizioni di quelli che "bisogna vedere *vattelapesca* e arrivare alla cattedrale di *pippolandia* a tutti i costi! (evito di fare nomi di città per non scontentare alcuno). Quindi, mi direte voi, che hai fatto di bello a Glasgow? Non molto a dir la verità, anche questo era un viaggio di lavoro, l'oggetto del viaggio era decisamente interessante e il tempo residuo era davvero risicato. Si che ci sono andato a Edimburgo, ho visto anche il castello. Sono stato anche a George Square, in quel di Glasgow, a vedere il municipio, il monumento ai caduti e la statua di James Watt, peccato non poter chiedere a quest'ultimo che effetto faccia il trovare proprio nome scritto su tutte le lampadine, gli elettrodomestici e, oramai, anche le auto. Bella George Square, però ciò che mi ha affascinato di più è stata la zona fuori dal centro, ancora non periferia, una zona in cui non ci sono le casette a due piani raggruppate in aree residenziali più o meno estese. Ci passavo all'andata e al ritorno, evitando rigorosamente l'autobus, perdendo l'orientamento e la strada inevitabilmente il primo giorno e prendendo sistematicamente una pioggia qua e là. C'erano, ben visibili, i classici appartamenti simili a quelli delle nostre città italiane, palazzi di 7-8 piani, abitati da comuni persone del luogo, con comuni mini-market a livello stradale e comuni panni appesi dal lato interno del balcone (ma come si asciugheranno con quell'umidità?). Al solito, mi sono fermato ad osservare il "paesaggio", ben appoggiato alla ringhiera del fiume Clyde, provando a pensare cosa stessero facendo un po' tutti, lì dentro. Magari qualcuno era rientrato dal lavoro da poco, magari qualcuno ci stava andando e forse qualcun'altro non ci andava affatto. Quanti bambini felici, frignanti, capricciosi o disperati, c'erano lì dentro? Quanti gatti? Quante mamme intente a preparare la colazione, ammesso che la preparino ancora? Con quali ingredienti? Quante di quelle persone sarebbero state ancora lì se io fossi tornato un anno dopo? Si, lo so, mi sono sentito scemo anch'io e forse lo sono davvero, in fondo è sufficiente guardare le foto, per capirlo. Si, le solite foto che metto qua e là per ravvivare l'ambiente, un po' come i fiori finti che si mettono negli alberghi, che sono belli, ma non profumano. Buffo, però, quando pensavo a tutto questo è uscito un timido sole che mi han detto non essere cosa molto comune da queste parti. Bello il solicello, stavo per accendere la sigaretta, ma d'improvviso mi sono fermato, non è che ci sono vecchi pescatori anche qui intorno? Glasgow è ancora un bel porto commerciale e non era aria di sopportare un fisherman locale. Mi son guardato intorno, non c'era nessuno, bene! Ultima foto, avambracci sulla ringhiera e mani a proteggere la fiammella dell'accendino dal vento malefico che tirava dalla mattina. Che bello, tutto felice stavo guardando il fiume scorrere tra gli argini e davvero non pensavo a nulla, ma l'imprevisto è sempre dietro l'angolo. Un collega canadese passava di lì per lo stesso motivo per cui io stesso ci passavo, si è fermato, mi ha guardato e, con un sorriso a metà trà l'ebete e il cannato mi ha detto: "Arthur, don't tink about it, take it easy!". "Yes, Sir, it is what I was doing before you interrupted me...", avrei voluto rispondergli, ma non l'ho fatto, semplicemente perchè gli avrei detto che "YES UN ACCIDENTE" (per non dire altro), gli avrei anche detto di non chiamarmi con quel nome, visto che la tavola rotonda non ce l'avevo più, era troppo grande per i pochi cavalieri che mi son rimasti amici, Ginevra s'era stufata di prepararmi la cena, di aspettare le mie partenze e i miei ritorni, di ascoltare sempre le solite cose e se n'era andata con un tizio grande e grosso, vestito di bianco su un cavallo anch'esso bianco, la lancia e una pesante armatura, che anche la mia spada era arrugginita, tanto che oramai gli avversari in combattimento mi muiono per il tetano e non per le ferite, e che avrei volentieri "take" lui molto "easy" per buttarlo al fiume o in uno di quei laghetti congelati nel Saskatchewan del Nord, e che cavolo... Non so se lui abbia mai intuito i miei pensieri, però alla fine siamo andati insieme a sentire un po' di scienza, camminando lungo il fiume, ma non potevo neanche aspettare che mi passasse la sigaretta. Lui è canadese, non fuma, non beve, non dice parolacce, non si arrabbia mai, non ho indagato oltre per altri vizi... Ve l'ho già detto, no? Prima o poi smetterò di fumare anch'io. E' il caso che smetta di fare anche altro? Soprattutto, è il caso che io smetta di scrivere cumuli di scemate come queste? "Ci penserò domani" (Pooh, 1978), per ora spero che le conseguenze di ciò che vedete nel tabellone degli orari non siano troppo malefiche, anche se passare la notte ad Amsterdam, in fondo, non mi dispiacerebbe... Più che altro per il fatto che il panino con l'aringa, qualche foto più su, mi era rimasto un po' sullo stomaco... Mi raccomando le valigie!

giovedì 30 ottobre 2008

Lugano, addio!

Sono in ritardo, e la data dovrebbe essere diversa, indietro di almeno un mese, però ci sono giorni in cui non riesci a dar corpo a quello che ti frulla per la testa e ce ne sono altri in cui, anche volendo, non ne avresti il tempo. Però, visto che alla fine ce l'ho fatta? Mi è costato qualche chilometro in più, un po' di gasolio e qualche momento di sano traffico autostradale tra Milano, Como e il valico di Brogeda, ma alla fine ne è valsa la pena. Non era tanta, la distanza tra il capoluogo lombardo e l'amena località elvetica nella quale c'è anche un famoso lago. Mi hanno detto anche che in quella città risiede una nota cantante italiana, ma non era quello lo scopo della mia visita... L'ho passata tante volte la frontiera italiana, per destinazioni diverse, per motivi diversi, ma solamente una volta in automobile e, tra l'altro, moltissimi anni fa, sempre se 18 anni fa possano essere considerati moltissimi. Già, moltissimi, come definirlo un superlativo? Come definire i tanti superlativi che usiamo giorno per giorno e, soprattutto, perchè ad un certo punto cominciamo ad usarli meno? Io ricordo i momenti in cui ne usavo tanti, anche se non sono mai stato un gran dispensatore di parole e di aggettivi in particolare, forse potrei andare a ricordare le minestre buonissime che assaggiavo negli inverni di paese, specialmente con il freddo e la neve lasciati dietro una rassicurante porta e con un camino acceso a pochi metri dalle gambe. Forse dovrei ricordare meglio quando pensavo a cose bellissime, grandissime, importantissime, ecc. Ma lo sapete com'è, no? Il tempo smussa gli angoli di tutto quello che ricordiamo e, a volte, anche di quello che viviamo. Il bellissimo diventa bello e, più in là, "gradevole". L'importantissimo, anche se prioritario, diventa importante, quando non si trasforma in qualcosa "da prendere in considerazione". Potrei continuare all'infinito, ma forse diverrei di una noia mortale (si, una noissima, si può dire, Mawiapi'?) e penso di essere oramai diventato un campione in questo. No, mi piace solamente avere la scusa per dire che, parallelamente, anche il bruttissimo diventa brutto e, infine e se siamo fortunati, solamente "un po' spiacevole". Il tristissimo diventa triste, un po' come quelle tinte fosche e intense di alcuni quadri, che impercettibilmente, ma inesorabilmente, sfumano verso colori meno intensi, più tenui, così da lasciare solamente il ricordo lontano delle angosce, delle ansie, delle paure di cui "amiamo" circondarci quotidianamente. Ok, prometto, mi fermo. Nei prossimi giorni tornerò a riassaggiare qualche vecchia minestra davanti ad un camino, magari il sapore mi piacerà, magari l'odore mi ricorderà qualcosa e il vento fuori dalle finestre mi riporterà un po' di altri suoni che mi farà piacere riascoltare. Proverò a far finta che gli angoli non siano troppo smussati, proverò di nuovo a correre il rischio di intristirmi "tantissimo", ma spero che serva anche a provare di nuovo qualche sensazione "bellissima". Passerò di nuovo la frontiera, tra un paio di settimane, ma sarà in volo e, stavolta posso confermarlo, non è la stessa cosa... Ah, quasi dimenticavo, qualcuno mi ha chiesto cosa sia andato a fare a Lugano. Nulla, ma davvero nulla di nulla. Volevo passare di nuovo la frontiera in macchina, guardare le montagne e i laghi sul confine alpino, che nell'immaginario comune, o almeno nel mio, hanno sempre un fascino sottile e imponderabile. Volevo semplicemente, nella strada del ritorno, guardare il cartello stradale con l'indicazione della località e dire almeno per una volta "Lugano, addio!".