domenica 23 dicembre 2007

Bilanci (2)

Si, lo so. Ho già scritto un post con questo titolo, un po' di tempo fa. Erano altri momenti e c'erano altre condizioni e stati d'animo, non era neanche il momento giusto dell'anno. Neanche oggi è il migliore dei momenti per farlo, perchè la fine dell'anno è ancora sufficientemente lontana, ma preferisco farlo ora per non perdere l'attimo fuggente dell'ispirazione a scrivere delle cose che inesorabilmente dimenticherei tra 2-3 giorni.
Al di là delle considerazioni storico-religiose-sociali, il periodo perinatalizio ha sempre qualcosa di sicuramente profondo e per certi versi destabilizzante. Sarà perchè nei ricordi legati all'infanzia ci sono sempre l'alberello, il presepe e i regali che si attendono con ansia, che si scartano con trepidazione e che si ammirano con gioia e, a volte, con un po' di delusione. Si, delusione, perchè non sempre quello che avremmo voluto ricevere ci appare sotto la carta multicolore e fiocchettante tipica di questi momenti. Sarà forse perchè nessun Natale è uguale a quello precedente, un po' come accade nei compleanni, negli anniversari e nelle occasioni "annuali" in genere. Però, nel bene e nel male ricordiamo un po' di tutto, ricordiamo il colore delle tovaglie, tremendamente kitch a volte e, come sempre, ricordiamo ciò che la memoria dimentica con più difficoltà, cioè i sapori, i colori, le sensazioni termiche e, soprattutto, gli odori. Ero in un malefico centro commerciale qualche ora fa, non per scegliere i regali e neanche per la spesa relativa al pranzo o alla cena. Ero lì semplicemente per guardare l'affannarsi di chi, in fondo gioiosamente o nervosamente, cercava le ultime cose da comprare, gli ultimi oggetti da regalare e qualche diavoleria da portare in tavola per sorprendere i parenti e/o gli amici. Si, era uno di quei momenti in cui andare a scrutare i volti per carpirne le sensazioni, i carrelli per prevederne l'utilizzo, le voci per misurarne il nervosismo o l'ansia o la gioia. Non avevo fatto i conti con i profumi e non avevo fatto i conti con il fatto che i centri commerciali sono tutti maledettamente uguali in questo periodo, da quel punto di vista. L'odore delle paste, delle bevande e degli altri dolciumi è uguale qui, in Europa e nel Nordamerica. No, non ci avevo pensato in tempo e l'impatto è stato leggermente traumatico, forse perchè non avevo avuto il tempo di prepararmi adeguatamente ad esso. Però a tutto c'è rimedio e, per fortuna, tra le più grandi invenzioni dello scorso secolo ci sono stati i telefonini, le autostrade e le automobili. Si, perchè c'è sempre qualcuno che ha un camino, c'è sempre qualcuno che compra le salsicce per tempo e c'è sempre qualcuno che ha messo una pentola di brodo sul fuoco per almeno un paio d'ore. Qual è il nesso? Non c'è, c'è solo qualche considerazione da fare. Ci sono momenti in cui è bello rivedere foto, ascoltare voci e sentire odori e suoni che ti fanno tornare indietro di anni pari (per me) alla metà della propria vita. Ci sono però momenti in cui è meglio andare un po' più indietro, un po' più lontano e un po' più in anni in cui le immagini diventano sfumate, i suoni diventano meno nitidi, magari assomigliando ai carillon che si caricavano a mano, ma gli odori e i sapori divengono terribilmente più intensi e tornano alla memoria senza alcuna associazione perticolarmente evidente, se non con quella sensazione che a volte è gioia, a volte è malinconia e, più spesso, è qualcosa di indefinibilmente struggente e sfuggente allo stesso tempo. Sfuggente come a volte lo è qualcuna delle cose che avremmo voluto non perdere. Ognuno di noi ne ha qualcuna, no?
Stavo dimenticando qualcosa, ma rimedio subito. Nei pochi anni di vita di questo blog, non ho mai scritto un post natalizio e non so come si faccia. Lo so che è scontato, è retorico ed è anche un po' fuori moda, però lo dico lo stesso: Buon Natale a tutti voi che, nonostante tutto, una visita da queste parti la fate (spero) volentieri...

sabato 24 novembre 2007

Manicotti & manicaretti

Sapete una cosa? A volte mi lego ad alcuni oggetti della mia vita, come se fossero parte di me. Avevo un vecchio pandino anch'io, forse ve l'ho già detto, non l'ho mai buttato, nonostante i suoi 450.000 Km, ma non ancora ho il coraggio e la forza di estrarre le foto relative e di gettarle in questo calderone. Un po' forse mi aiuta il fatto che si tratta di foto "normali" e, come è noto, la mia pigrizia mi impedisce di passarle allo scanner. Quindi mi accontento di esibire il mio attuale bolide, una fiammante Marea TD100 color oro del 1996 che mi ha riservato non poche gioie e non pochi altrettanto dolori, a volte una vera "marea" di guai. L'ultima avventura, in ordine di tempo, è durata diversi mesi e mi stava quasi portando sulla via del concessionario per l'acquisto di una vettura nuova, però mi dispiaceva il fatto di separarmene o, più probabilmente, mi dispiaceva mettere mano al conto in banca. Cos'è successo, vi chiederete, di così drammatico? Oddio, forse non ve lo chiederete nemmeno, in fondo credo che non ci sia nulla di interessante in una mia decisione di cambiare macchina... Però è singolare il motivo che mi stava portando a farlo, un motivo dettato da un paio di considerazioni. La mia macchinina, all'inizio dell'estate, aveva aumentato a dismisura la sua fumosità, tanto che non avevo più problemi a far mantenere la distanza di sicurezza a chi mi seguiva. Oltre a questo piccolo dettaglio, ero oramai costretto a fare le salite più banali con la terza e a mantenere un numero di giri superiore a 3500/min (impensabili per un diesel) per evitare la fumosità allo scarico. I vari meccanici che avevo consultato mi avevano detto quello che alcuni medici solgono dire a chi si lamenta per i dolori reumatici, frasi del tipo: "ma hai visto quanti anni ha?" oppure "hai visto quanti Km ha fatto?", non ultimo il consiglio: "non sarebbe ora di rottamarla?". No, non volevo rottamarla e, sconsolato, sono andato dal mio meccanico di fiducia, che vive (bene) delle riparazioni che mi fa, ho chiesto almeno di cambiarmi l'olio e di dare un'occhiata generale ai soliti livelli. Passo il giorno dopo e il meccanico mi dice che ha fatto tutto e che ha sostituito un tubo (secondo lui inutile) dal prezzo irrisorio (?) di circa 80€, oltre ovviamente al lavoro e ad altre piccole amenità da cui è composto il buco nero di un'officina. Dopo aver intonato i soliti canti all'Altissimo, estraggo il portafogli, pago profumatamente la sanguisuga e mi dirigo verso l'autostrada. Con mio sommo stupore la macchinina non fa più fumo, mostra una ripresa impensabile e mi porta in poco tempo a destinazione. Ero talmente felice che quasi colpivo il guard-rail per l'eccesso di foga nel premere l'acceleratore. Dovevo festeggiare in qualche modo, perchè in fondo è stato uno di quei giorni felici che capitano di rado. Sì, perchè non era solamente la macchina a fare fumo e a stentare nelle salite, perchè non era solamente essa che, d'improvviso, cambiando un banale manicotto, aveva ripreso a correre. Occorreva festeggiare e, in fondo, non c'era altro modo che riunire un paio di amici, scegliere una capiente graticola e iniziare il pomeriggio con qualcosa tanto per antipasto. Il resto delle foto ve le risparmio, non sia mai che ci sia qualcuno a dieta...
Ah, un'ultima cosa, ho cancellato dalla lista tutti gli altri meccanici che avevo consultato, perchè mi direte voi? E' semplice: il "banale tubo da 80€" che appare in primo piano nella foto relativa, era "semplicemente" IL MANICOTTO DELLA TURBINA...
Il mio meccanico, invece, non l'ho cambiato. In fondo non sapeva neanche lui cosa avesse fatto, ma l'ho visto come un deus ex machina (è proprio il caso di dirlo, eh?), un po' come la persona che, senza volerlo e senza immaginarlo, aveva in qualche modo cambiato il corso di quella giornata...

sabato 6 ottobre 2007

Peperoni arrosto...

La notte porta consiglio? A volte si, a volte no, dipende da diversi fattori, alcuni ponderabili e altri molto più eterei e impalpabili, altri più concreti, come ad esempio il contenuto delle varie cene.
Mi è accaduto qualcosa di strano proprio alcuni giorni fa. Stavo facendo le canoniche quattro chiacchiere con un amico, proprio quello che ci voleva per iniziare la giornata. Il posto non è un granché, ai margini di un parcheggio a pagamento in una via quasi centrale della mia città. Non ricordo di cosa si stesse parlando, forse semplicemente del più e del meno, uno di quei discorsi in cui non dici quasi nulla, ma che ti aiutano a mantenere in essere il tessuto dei residui rapporti sociali. Una cosa mi colpì all'improvviso, era un tizio che smanettava con un lucchetto sotto il sellino di una bici. Che roba, pensai, quel disgraziato sta cercando di rubare una bici per rivenderla a poco prezzo, magari per un po’ di generi alimentari o per una dose di chissà che. Non mi sono accorto se alla fine ci sia riuscito, ma dopo aver salutato il mio amico, non ho potuto fare a meno di entrare anch’io nel parcheggio e lì ho notato qualcosa che ha attirato nuovamente la mia attenzione, una bella moto, credo fosse una Honda Custom di almeno 600cc di cilindrata. Si, la riconosco, è quella di quel riccone di Renato, vuoi vedere che non l’ha lasciata neanche chiusa? E’ proprio così, la sposto e mi accorgo che non c’è né il lucchetto con la catena e né il bloccasterzo inserito, ma la cosa più inverosimile è che le chiavi sono lì, inserite nella loro sede e pronte per essere girate in posizione “on”. E’ un attimo, ci salgo su e metto in moto, il rombo del motore è inconfondibile e, come per incanto, compare una vecchia amica, anche se non la riconosco subito e faccio fatica ad inquadrarla nella situazione in cui l'ho conosciuta. L'amica monta in moto con me e io parto felice, dimenticandomi del tutto che forse non ho un casco e forse non ho con me neanche la patente e i documenti. Parto e comincio a salire, prima, seconda, terza e quarta, sono già a velocità di crociera e pronto ad affrontare tutte la curve che mi si presenteranno davanti, ma qualcosa come al solito deve andare storta, in lontananza mi accorgo di un posto di blocco, non riesco ad individuare di cosa si tratti, Vigili urbani, Polizia, Carabinieri, altro? Non lo so, ma istintivamente cambio strada e mi immetto in un vicolo laterale, sperando di poter passare inosservato. In quel momento tutta la situazione diventa più intricata, quelli del posto di blocco cominciano ad inseguirmi, guidati da un commissario che ha un’incredibile somiglianza con Massimo Dapporto. Temendo guai peggiori decido di accompagnare l'amica fino a casa, dicendole di stare tranquilla ad aspettare il mio ritorno e riparto a tutta velocità verso qualche luogo che mi tenga lontano dal commissario e dai suoi agenti. Sembrerà strano, ma a quel punto cominciano ad intimare di fermarmi e mi scaricano addosso tutte le munizioni che hanno portato con loro. C’è di tutto, pistole, fucili, mitra e kalashnikov, ma io sono furbo, chi mi frega? Imbocco la statale e mi dirigo rapidamente sulle curve di un paese che conosco bene e semino abilmente gli inseguitori con qualche manovra spericolata di troppo. Mi fermo al centro del paese e mi accorgo con angoscia che quelli che mi cercano sono di nuovo vicini, drammaticamente vicini. Lascio la moto in piazza e mi avvio a piedi verso il sentiero che porta al fiume, però prendo inizialmente la strada che va verso l’alto, aspettando che mi seguano e confidando nella loro scarsa conoscenza del luogo. In effetti mi va bene, sono tutti dietro di me e sono tutti convinti di prendermi, ad iniziare dal commissario. Io però ho altri progetti e, dopo aver fatto un po’ di strada, mi butto a capofitto verso un’altra stradina che passa alcuni metri più giù e che porta al fiume. Tutti continuano ad inseguirmi verso l’alto, mentre io scendo giù, lungo la parete rocciosa e verso il fiume. C'è un tizio che risale lungo la stradina, facendo jogging e probabilmente rischiando un attacco cardiaco, mi saluta e lo ricambio , stranamente non mi preoccupo neanche che possa in qualche modo rivelare la mia posizione a qualcuno. C’è anche un gatto lì vicino, miagola tranquillamente guardando l’altra parete del canyon e non mi degna di uno sguardo neanche quando provo a chiamarlo (micio, micio!), mah, strani animali a volte i gatti. Comunque riesco ad arrivare in fondo alla discesa e sul letto del fiume e decido di risalirlo fino alla sorgente, per mettere un altro po’ di distanza tra me e gli altri. Che strano, per quanto cerchi di risalire incontro una marea di ostacoli sul cammino, rocce sconnesse, specchietti rettangolari sparsi qua e là, cascate d’acqua e via dicendo. Nel frattempo i miei inseguitori si sono accampati in prossimità della discesa, ma tra di loro c’è anche un mio amico che decide di provare a coprirmi le spalle. Lui è un appassionato di serpenti, li raccoglie e mette in un sacco, non prima di aver raccolto anche un po’ di terra per farli stare a loro agio. Il commissario è deciso a braccarmi senza sosta, anche se sta scendendo la notte, ma lui lo convince a non farlo, non sarebbe prudente perché il faro che dal paese illumina tutta la vallata non è attivo in questo periodo. In fondo anche gli altri agenti non credono di potermi più raggiungere, quindi se ne vanno a riposare, mentre il commissario decide di fare una visita dall'amica che avevo fatto scendere dalla moto. Va a casa sua e redarguisce la madre perché non è in grado di tenerla a freno e la fa uscire con un tipo come me, ma lei, la madre, non gli dà corda più di tanto. La ragazza passa accanto al commissario senza intimorirsi per nulla, lo saluta, ma lo prega di lasciarla stare, tra un po’ ha l’esame di stato e non ha tempo per rispondere a domande per le quali non ha risposta…
Uff, che nottata! E’ proprio vero, eh? Mai mangiare di sera ostriche, peperoni e altre diavolerie insieme, i risultati sono sempre imprevedibili. Poi tocca usare tante foto per nascondere il testo e fuorviare i lettori (ancora tutti lì?).

giovedì 20 settembre 2007

Chicago addio...

Si, avevo già scritto un titolo simile e me lo avevano già detto che era "Lugano", ma io a Lugano non ci sono mai andato e così saluto uno ad uno i posti (o i luoghi, che non sono la stessa cosa) su cui pianto la bandierina virtuale. Tra un po' di ore sarò di nuovo su uno di quegli aggeggi che in poco tempo ti portano allegramente qua e là e tra poche ore avrò di nuovo lasciato un posto in cui non so se e quando tornerò. Magari non ci tornerò mai più, forse questa è stata la mia unica occasione di passare sulle rive meridionali del lago Michigan, un lago che sembra un mare. Ve l'immaginate lo stupore dei primi esploratori che, assaggiandone l'acqua avranno detto: "ma che strano, un mare povero di sodio, un giorno ci faremo una famosa acqua minerale...". Ok, scusate, sto uscendo un po' dal seminato, ma in fondo non c'è un vero seminato e, in fondo, a quest'ora la mente genera solamente mostri, soprattutto quando la valigia ti aspetta per essere sistemata e riempita e tu non hai nessuna voglia di rimettere tutto quello che ti appartiene ordinatamente a posto e, soprattutto, sapendo che comunque tu la metta, qualcosa dimenticherai nella stanza d'albergo o sul taxi o all'aeroporto e che, comunque, una parte di te la lascerai consapevolmente o inconsapevolmente tra le strade di ogni luogo visitato per forza o per piacere.
Nel girare per le strade di questo luogo, nel poco tempo libero a disposizione, non ho perso la sana abitudine di perdermi, anche se non è stata cosa facile. La monotonia dei grattacieli, la presenza di un punto di riferimento acquatico e l'abbondanza ridondante di segnaletica, rendevano difficile l'impresa. Eppure ci sono riuscito lo stesso, cercando di vedere se per caso comparisse Spiderman su una delle carrozze della metropolitana sopraelevata di questa città (sì, per quanto venga descritta come New York, quella delle riprese del film è proprio Chicago, IL). No, non l'ho trovato Spiderman, così come sarei sicuro che non arriverebbe Superman se cadessi sbadatamente dalle cascate del Niagara. Ho trovato solo molti ragni e una discreta quantità di traffico. In compenso non ho resistito alla tentazione di ascoltare un po' di blues suonato da qualche band di colore, cosa che mi è riuscita abbastanza facilmente. C'era tutto, c'erano i tavoli incrostati, c'era la birra, c'era il consueto contorno di foto "storiche" e c'era pure l'ambiente fumoso che mi aspettavo. Ovviamente c'era anche la band, anzi, ce n'erano ben 2 che si alternavano e che suonavano davvero bene. L'atmosfera in questi casi si crea facilmente da sola oppure da sola esiste nelle nostre teste, forse non è detto neanche che si crei, forse a volte ce la immaginiamo solo per pensare che ci stiamo regalando qualche momento di sano benessere o quant'altro. Non so ancora se, alla fine della serata, io ne sia stato felice o se la cosa mi abbia lasciato addosso un po' di quel qualcosa che assomiglia ad una vaga sensazione di tristezza, quel qualcosa che a volte si fa strada lentamente, ma inesorabilmente fino ad insinuarsi nel profondo dell'anima, quel qualcosa che poi si trasforma fino ad assomigliare ad un arpione e, per quanti sforzi uno faccia per liberarsi, riesce solo a sentirne di più la presenza. So solo che ad un certo punto sono andato via facendomi un po' troppe domande oltre il dovuto, così tante da non farmi capire quello che mi diceva il tassinaro vietnamita, ah, si! "Everithing ok tonight, Sir?" - "Yes, almost everithing, my friend, but the chiacchiers are ported away by the vent...". Si, ero un po confused o confounded, aiuto amiche angle! Nell'inno nazionale britannico ci sono tutte e due le parole, ma non ne ho mai compreso bene la differenza, non sono sicuro di averne la versione giusta e non sono neanche andata a cercarmela la differenza. Improvvisamente come spesso capita, ho ricordato un'incertezza simile di un po' di anni fa: "ma le camere saranno con il bagno?" - "si, si, non lo vedi? C'è scritto ROOMS TO-LET"...
Bin, di ai tuoi di non fare cappellate domani, voglio tornare a casa, voglio un piatto di pastasciutta che mi faccia dimenticare l'odore delle salse che mettono sugli hamburger e voglio sentire l'odore della salsedine che mi spazzi via questo residuo di odore di umidità dolciastra di acqua di lago con contorno di profumo mieloso dei bar del centro congressi e dei centri commerciali di qui! Per ora, in fondo, non chiedo altro...

martedì 18 settembre 2007

Avvitamenti e svitamenti

Beh, mentre ero ancora in volo speravo che il pilota di questo pezzo di ferro avesse, per quanto possibile, meno fantasia di me e, soprattutto, di molti noi. Anche perché mi sento ancora troppo giovane per fare l’ultimo viaggio. Si, lo so, qualcuno direbbe che non si è mai troppo giovani per alcuni tipi di viaggio, ma quello mio era un interesse altruistico dovuto alla presenza con me di un paio di centinaia di persone che non conosco, ma che in fondo mi stanno simpatiche e vorrei davvero che arrivassero sane e salve a destinazione. Soprattutto perché non c’è sempre un soffio di vento sufficientemente forte da sostenere il peso di ciò che si avvita o di chi si avvita. Il rischio è reale, è lo stesso motivo per cui con gli anni si impara a guardare giù e a guardare davanti. Forse lo facciamo un po’ troppo spesso, su quello potrei essere anche d’accordo, ma è un po’ quello che si insegna ai bambini piccoli, lo sapete, no? D’altra parte chi di noi non ricorda gli avvertimenti della mamma o del papà: “guarda davanti” e “guarda dove metti i piedi”. E noi no, noi imperterriti a guardare in alto le foglie degli alberi – “guarda, sono verdi (o gialle, ecc.) – il cielo – “guarda, le stelle! Che belle che belle!” - oppure – “guarda! Guarda! Che cos’è quella cosa grande grande che vola lassù?” – e via discorrendo. E si fantastica, si ride, si è felici, finche, ad un tratto arriva un qualcosa che sbuca apparentemente dal nulla che di colpo ci riporta sulla dura terra spesso in maniera alquanto dolorosa. Che cosa? Un palo della luce (sui cui fili magari stavamo ammirando le rondinelle che ripartono per il Sud), un pezzo di strada sconnessa oppure un gradino malefico, di quelli che sembrano materializzarsi all’improvviso. Lo so, può sembrare un po’ triste e pallosa ‘sta cosa, ma è così, nulla si è di colpo materializzato, era già tutto lì, questo forse è il motivo per cui lentamente, con l’esperienza, con gli anni, “crescendo” impariamo a guardare un po’ meno verso l’alto e a stare un po’ più attenti a dove mettiamo i piedi. E’ vero quello che dissi qualche tempo fa, ma vale la pena di ricordare che “in un soffio molto spesso si vola (ma non sempre) e volare solitamente è bello (ho detto solitamente, non sempre)...”
Comunque far passare tranquillamente le 10 ore che mi separavano da questa amena destinazione non era cosa facilissima, con gli anni il sacro timore che ho dei cieli al di sopra delle nostre teste è andato aumentando e, ovviamente, come tutte le cose negative che ci portiamo dietro, non potrà che ulteriormente peggiorare. Stavolta ho usato un sistema diverso per non pensarci, soprattutto quando i minischermi davanti ai sedili fornivano informazioni tecniche invece delle solite polpette a base di film visti e rivisti e/o di messaggi pubblicitari più o meno occulti. Ho usato un sistema relativamente semplice che consiste nel portarsi dietro un discreto quantitativo di fogli bianchi da riempire con tutto quello che viene in mente. Bene, non so se terrò quei fogli con me, forse li butterò via con il loro contenuto di periodi completi (qualcuno è scritto già qui), elementi di brainstorming dilettantistico (Covey, perdonami!), qualche scarabocchio riepilogativo, e un discreto quantitativo di frasi sconnesse legate alla mia vita o a quello che mi veniva via via in mente. Per fortuna il tizio che sedeva vicino a me non era italiano e, ancor più fortunatamente, beato lui, è riuscito a farsi almeno 7 ore di sonno infischiandosene del tutto dei pasti (e ha fatto anche bene!), di quello che le solerti e indaffaratissime hostess offrivano di tanto in tanto e persino delle hostess stesse. Solito finale, comunque, con la riduzione della velocità, l'apertura del carrello e degli ipersostentatori e tutto il resto di un atterraggio perfetto come quasi tutti gli altri. Mi hanno detto che in fondo il pilota c'entra poco, che oramai fanno tutto gli strumenti di controllo. Io non credo che sia così, continuo ad essere convinto, e forse è questa è una parte delle mie paure, che almeno per qualche momento la vita di noi ignari paasseggeri dipenda totalmente da chi ha le mani sugli strumenti. E non c'è niente di più fallace del giudizio e del pensiero umano.
Comunque dai, non disperate. I fogli sono qui con me, non dovrò fare altro che ripetere il solito rito della catalogatura, scannerizzazione e conservazione di ciò che ho scritto, immaginandone un giorno una rilettura possibilmente più serena.

venerdì 14 settembre 2007

FCO --> AZ 1020 --> MXP--> AZ 626 --> ORD

"Oh!" - direte voi - "Tutte 'ste chiacchiere di titolo solo per dire che vai a Chicago?". Ovviamente si, altrimenti non sarei io, ve l'immaginate se di colpo smettessi raccontare un comunissimo viaggio da vita di tutti i giorni come se fosse un'avventura da cui non si sa se si torna. Però in realtà anche la comunissima vita di tutti i giorni poi non è che sia così "comunissima". Ci pensavo tra ieri e stamattina, prima, durante e dopo uno dei sogni che invadono costantemente le mie notti, prima di ricevere una gradita mail dagli organizzatori del meeting. Una mail che mi confermava il programma dei voli e i relativi orari. Era un po' di tempo che non facevo una trasvolata atlantica, davvero un bel po' di anni e non so ancora se la cosa mi faccia piacere o mi incuta quell'oramai consueto timore di passare 8-9 ore su un affare di metallo che ancora non capisco come sia in grado di librarsi a qualche migliaio di piedi da terra. L'avevo già detto, vero? Ho viaggiato diverse volte, ho toccato mete anche poco battute, per certi versi, ma l'ansia che mi attanaglia ogni volta che la sensazione del distacco da terra è reale, ancora non riesco ad eliminarla. Stavolta me la porterò appresso per qualche ora in più, ma mi sono già premunito di una sufficiente scorta di fogli di carta A4 e di un paio di penne che mi consentiranno di riempire il vuoto che sentirò tra Malpensa e l'atterraggio in terra statunitense.
Ho racimolato le ultime energie creative (si, lo so, ci credo solo io...) e ho immaginato il solito parallelo tra un volo reale e i soliti voli che si fanno con la fantasia, quelli che ci portano lontano con la fantasia e quelli che ci fanno sognare di andare via, lontano, in luoghi che siano liberi da tutte quelle ansie reali che la vita di tutti i giorni ci riserva e delle quali a volte non riusciamo a fare a meno. Si, ok, c'è sempre qualcuno che dice che "se si rilassa collassa" (E. Greppi, A. Finazzo), c'è sempre l'erronea sensazione che un aereo possa volare solamente se la velocità sia elevata, ma a volte non è così e chi abita in prossimità di un aeroporto queste cose le conosce bene. La possibilità che un aereo mantenga l'assetto di volo dipende da vari fattori, dipende dalla velocità, dipende dal vento, dipende dalla superficie alare. Però a volte si può anche volare più piano, si può anche rallentare un po'. Non è difficile, non è complicatissimo volare a 470 nodi e poi, di colpo, rallentare fino a 120 nodi senza rischiare lo stallo. A 120 nodi ci si può rilassare senza collassare, si può guardare il panorama sottostante senza fretta, guardando le case che ci scorrono di lato, guardando le luci della pista che ci aspettano e osservando le luci rosse di fine pista ancora ragionevolmente lontane. A volte corriamo troppo e rischiamo di vedere solamente la fitta coltre di nubi sotto di noi, con la sensazione che viaggiando al di sopra di esse possiamo in qualche modo dimenticare quello che c'è sotto. La velocità giustifica anche il fatto che non possiamo scorgere i dettagli di quello che succede sopra, sotto e a fianco a noi, ma ci resta il solito dubbio: cosa succederà quando dovremo atterrare? Cosa accadrà quando i flap e gli slat completamente aperti ridurranno la velocità a tal punto da farci sembrare fermi? Lì saremo sicuramente costretti a guardare giù dal finestrino. Lì ci renderemo conto, forse, che alcuni dettagli insignificanti, se visti dall'alto dei 30.000 piedi e a 470 nodi di velocità, assumono ben altro aspetto e ben altro impatto se osservati a 100 nodi ad una quota inferiore ai 1000 piedi. Il rischio resta sempre il solito, quello di farsi distrarre dai troppi dettagli, andando in stallo e avvitandoci inesorabilmente su noi stessi, con il rischio inevitabile di precipitare al suolo. A volte ci salva il vento. Te l'avevo già detto, vero Mawiapì? In un soffio molto spesso si vola e volare, solitamente, è bello...
Le foto, come al solito, non c'entrano nulla, ma mi piacevano così, in tutto il contesto. Ma, di nuovo, ve l'immaginate se in un mio post le foto fossero compatibili con l'oggetto del post stesso? Non accadrà, ma nel caso dovesse accadere, vorrà anche dire che la mia presenza qui sarebbe solamente ingombrante.
Beh, vi ho ammorbato abbastanza per oggi. Come da tradizione porterò con me il fido notebook che resta l'ultimo oramai a seguire i miei voli (pindarici e non). Le 2 ore da trascorrere a Malpensa mi daranno forse lo spunto per continuare la storia, altrimenti si risentiamo dopo l'atterraggio a "ORD"...

venerdì 7 settembre 2007

Repetita iuvant (?)

Grazie a Mawiapia (o per colpa sua, fate voi) mi è uscito fuori questo post nuovo-nuovo. Lo confesso, la serie di barchette ormeggiate su quella riva o banchina che sia mi ha allo stesso tempo affascinato e inquietato un po', forse sarà stata la monotona calma che mi sembrava scaturire da esse, forse perchè in fondo una barchetta ormeggiata prima o poi comunque prenderà il largo, andrà lontano o vicino a seconda delle sue possibilità, della potenza del motore o della eventuale superficie velica. Ci sono altre variabili da considerare? Probabilmente, anzi sicuramente , si. Prendiamo ad esempio una barchetta senza motore e senza vela, la variabile da considerare è semplicemente la forza che il manovratore avrà nelle braccia, la motivazione a percorrere una certa distanza e la certezza che, a meno che non si viaggi controcorrente in un fiume, la stessa forza e motivazione sarà necessaria per tornare indietro. Nel caso del motore il discorso è un po' più semplice, a meno che uno non sia un "caimano" (VEDI QUI) come me, una volta accertatisi che le condizioni del mare o del lago siano opportunamente favorevoli, i fattori limitanti sono la quantità di carburante che si ha a bordo e che, ovviamente, è direttamente proporzionale alla potenza in CV (o in Kw) del motore e di conseguenza alla spesa che vogliamo affrontare. Ve lo confesso ora, prima che io parta di nuovo con l'aereo, con il solito dubbio di non tornare indietro (le rotte statunitensi mi mettono sempre una certa apprensione aggiuntiva, da 5 anni a questa parte), uno dei miei sogni è un gommone da 10 metri con tre motori da almeno 250CV l'uno, ma per buona sorte di quanti solcano i mari, non riuscirò mai ad averlo... Resta l'ulteriore possibilità, la navigazone a vela, lì non conta il carburante, non conta (in fondo) neanche la forza, come si dice in un particolare campo della Medicina, "non vis, sed arte", lì contano solo l'esperienza, la bravura, le conoscenze, un po' di sano coraggio e di sete d'avventura (altro? Sicuramente dimentico qualcosa). Ho provato una sola volta tanti anni fa, con una semplice tavola da windsurf, sapete, no? Di quelle che oramai anche i ragazzini delle medie sanno maneggiare. Un'esperienza tragica, dalla riva verso il largo, prima al traverso e poi, con mia grande, ma incosciente gioia, con il vento in poppa... 50m, 100m, 200m, le boe del mezzo miglio dalla costa, che bello!!! Avevo dimenticato due sole cose, semplici ma fondamentali: la prima è che non si può andare in mare sotto il sole nelle prime giornate d'estate SENZA una buona crema protettiva, la seconda è che una delle prime cose che devi imparare è l'arte di tornare indietro, come sempre, come in tutto. Mi ricordo ancora oggi la mia disperata richiesta d'aiuto rivolta a chi era troppo lontanto per sentirmi: "COME DIAVOLO SI FA' AD ANDARE A VELA CONTROMANO???" Poi mi hanno spiegato che si dice "controvento", poi mi hanno anche detto che si dice "di bolina", poi mi hanno anche detto che ci hanno fatto anche un film, però quello che ricordo bene sono le ustioni sulle braccia, sulle spalle e, soprattutto, sui piedi (Pinocchio mi fa un baffo!).
Ma qualcuno di voi ha mai avuto voglia, almeno per un attimo, di dimenticare come si fa ad andare contromano?

domenica 2 settembre 2007

Intermezzo (ostriche!)

Hai ragione, Fa', gli ultimi post "culinari" alla fine hanno fatto venire fame anche a me e dovrò pormi anch'io il problema di come smaltire l'eccesso di calorie accumulate durante gli ultimi giorni. In fondo in questa stagione le uniche occasioni che non mancano sono quelle nelle quali tipicamente ci troviamo costretti, a volte nostro malgrado, ad approfittare dei piaceri della tavola. Continuo a chiedermi se sia il caso di accettare inviti di questo tipo durante tutto l'anno oppure se selezionare la partecipazione a quei periodi in cui le temperature esterne siano al di sotto dei 35 gradi. Lo sapete, no? Le solite regole formali impediscono di andare con i pantaloncini e gli infradito in alcune occasioni e quando il termometro sfiora i 45 gradi, non c'è tessuto fresco che tenga e la sauna norvegese gratuita è assicurata. Comunque alla fine è andata, ne avrei anche altre di foto, ma comincerei a condirle con il consueto sproloquio relativo alle scelte dei luoghi per le occasioni importanti, alla validità delle promesse nel corso degli anni e al significato delle fotografie, a volte ingiallite e sbiadite, riviste dopo un decennio o più. No, amici, stavolta mi fermo alle ostriche, che peraltro facevano parte di un gradevole antipasto e che inoltre venivano portate ben chiuse, come non mi capitava di vedere da tempo. Perchè mi fermo alle ostriche? Forse perchè alla fine ho esagerato con questi simpatici molluschi e ho vissuto una delle notti più popolate di incubi dei miei ultimi 10 anni, però ne è valsa la pena, in fondo erano buone e in fondo rappresentano abbastanza bene quello che penso su alcune cose della vita, di quelle che all'esterno appaiono grossolanamente amorfe e spigolose, ti fanno dannare per aprirle, ma alla fine ne assaggi il contenuto con gusto e soddisfazione. Certo, uno dovrebbe anche avere il coraggio o la disciplina necessari per evitare di farne indigestione, ma in fondo non si può programmare e prevedere proprio tutto, un po' di sana sorpresa ce la dobbiamo sempre riservare, no?
Ah, qualcuno si chiederà come mai il titolo del post sia "intermezzo", beh, vi confesso che non lo so neanche io. Probabilmente un senso c'è, un senso nascosto in un fugace viaggio di poco meno di 2 ore in una nota città vicino alla mia. Non vi dico neanche quale sia, dal momento che le foto valgono più di mille parole e che ne avevo già parlato a lungo qualche tempo fa. Non è che ci fosse una ragione particolare per andarci e non c'era neanche una meta precisa da raggiungere. In fondo mi sono accontentato delle solite mete da turisti e, infatti, ne ho incontrati a frotte un po' dappertutto. In fondo si trattava di uno dei viaggi più banali che un abitante delle mie lande possa affrontare, un viaggio per certi versi ordinario e scontato, senza troppe difficoltà (se non quelle legate al traffico) e apparentemente senza le emozioni forti derivanti da mete più avventurose. Eppure un po' di avventura, per quanto solo immaginaria, alla fine la si trova sempre. Ho provato a fermarmi per ricordare quante volte fossi venuto in questa città, quante volte per lavoro, quante volte di passaggio e quante volte per puro "turismo". Tante, forse anche troppe, eppure non c'è mai fine al troppo, soprattutto quando gli occhi vedono apparentemente sempre le stesse cose, molte delle quali affascinanti nella loro sontuosità e alcune delle quali avvilenti nella loro ordinarietà, ma sono quelle solite cose che guardi cercando di ricordare come le avevi viste prima come le avevi viste 1, 5, 10, 20 anni fa... Eh, sono i soliti tuffi nel passato, quelli da cui è difficile immunizzarsi, perchè è inevitabile ritrovarsi a guardare il presente con lo sguardo di ieri o anche dell'altroieri, perchè l'unico modo per far finta di guarire dai ricordi, ammesso che uno voglia farlo, è quello di evitare di andare due volte nello stesso posto, di guardare due volte le stesse immagini e di sentire due volte gli stessi profumi.
Potevo esimermi dalla cucina locale? Certo che no, considerando che una delle cose che non manca da queste parti è un corposo assortimento di ristoranti più o meno buoni. Ore 12:30, telefonino alla mano e chiamata di rito all'amico lontano che conosce praticamente tutti i posti d'Italia (e credo nel mondo) dove valga la pena fermarsi. Mi risponde assonnato e mi copre di amichevoli improperi... avevo dimenticato che stava "soggiornando" per un po' in terra statunitense e, per di più, nella West Coast. Vabbè, un amico è un amico e alla fine mi indirizza adeguatamente sia verso il locale "giusto", sia verso un'amena località dove tutti prima o poi siamo stati indirizzati. Ne valeva la pena, l'antipasto era favoloso, la carbonara sublime e i saltimbocca ancora meglio. No, non vi parlo del dolce, del caffè e dell'amaro. L'ho detto un post fa, ogni cosa a tempo debito.
Fine della giornata e rientro alla base? Yes, basta così per oggi, però mi viene una tentazione diabolica, una di quelle tentazioni imperdonabili e alle quali non sai resistere. C'era un posto di quella città che non avevo mai visto e di cui avevo sentito parlare anche troppo, - "dai fido navigatore, portami lì" - "ok, ci sarai in 0,14h". E' un po' diverso da come me lo avevano descritto, forse anche a causa di alcuni adattamenti strutturali dovuti al peso di quei simpatici oggetti di ferro raffigurati nella foto. Chissà se avrebbe senso un'analisi statistica sull'utilità di quegli oggetti ai fini dello scopo per cui i rispettivi proprietari li hanno agganciati lì? Basterebbe l'oggetto di ferro a decidere il futuro o sono altre le variabili in gioco? Basterebbe un'analisi univariata a risolvere il problema o neanche una multivariata ci darebbe le risposte giuste? Non ci torno più su quel ponte, questo è poco ma sicuro...

lunedì 27 agosto 2007

Sali, (mi) ti cucino io!

Vista la precedente esperienza negativa con la cucina popolare italiana e visti una serie di inconvenienti legati alle eventuali alternative, mi è venuto in mente che in fondo di alternative ce ne sono davvero tante. Il classico ristorante vicino casa non può che essere una scelta occasionale, visto che oramai tutti ambiscono ad un futuro glorioso e pieno di soldi. L'alternativa della telefonata a qualcuno che mi cucini (ben bene?) non è da scartare, ma in fondo si tratta di una parte della società in netta via di estinzione. Oramai ce ne sono poche di persone che sanno "cucinare" bene e, spesso (è davvero un esempio calzante) si tratta di molto fumo e poco arrosto, ammesso che ne rimanga a sufficienza dopo il fumo. L'opzione relativa ai pescatori l'avevo già sperimentata, in effetti l'arte di preparare il pesce appena pescato è una cosa che conosco molto bene, forse da prima della stragrande maggioranza dei frequentatori di questa amena dimora. Però oramai non mi sorprendo più, alla lunga si fa l'abitudine a tutto, alle gioie come alle delusioni, alle leccornie di carne come ai manicaretti di pesce. Alla lunga ci si abitua anche a ciò che abbiamo intorno, confondendo spesso la fantasia con la realtà, semplicemente per il gusto di condire, ad esempio, un anno di lavoro con un contorno di ferie varie spruzzato con una salsina di viaggetti verso mete che possano dare quel vago sapore appetitoso e a volte piccante tipico delle esplorazioni di mete sconosciute. Peccato che a volte ci si ritrovi a mangiare le migliori minestre riscaldate e i migliori calamaretti congelati oramai immancabili anche nei ristoranti più esclusivi.
Dai! Analizziamo insieme questo delizioso pranzetto di pesce... Un buon antipasto tanto per cominciare, di solito le portate sembrano non finire mai, c'è qualcosa di crudo e qualcosa di cotto. Qualcosa di piccante e qualcosa di speziato o aromatico o acidulo, magari ci sarà anche qualcosa che non ci piace, ma in prima fame si assaggia tutto. Che viene dopo? Tra un bicchiere di vino (bianco o rosè, di solito) arrivano i primi, di solito un paio, per avere un'idea di cosa siano capaci di fare i personaggi misteriosi chiusi dietro le ante delle porte basculanti. E' in genere a questo punto che i gusti si cominciano a separare, perchè i primi mettono a dura prova l'appetito dei più e perchè a quel punto devi fare delle scelte... Un arrosto misto? Una fritturina? Una pescatrice o un'orata o una spigola? Altro? Più niente? Boh! Comunque si sceglie e si comincia, magari una sigarettina per spezzare un po' e per ingannare l'attesa, anche se si tratta di un rito che oramai ha i suoi risvolti negativi, non ultimo quello di dover allontanarsi dal tavolo per andare all'aperto. Bene, si rientra, si sorseggia qualche altro goccio del vinello di cui sopra e si continua l'opera. C'è chi si concentra sulla propria portata, chi ammette di aver scelto male e chi assaggia qualcosa dai piatti degli altri, anche se pare che sia contrario alle regole del galateo, considerando che in genere si pranza sempre tra amici di vecchia data.
Continuo? No, non ho voglia per adesso, il dolce, il caffè e l'amaro li tengo in serbo per un'altra occasione, bisogna arrivarci con calma e tranquillità, bisogna che ci sia il momento giusto per completare l'opera, anche perchè quello è il momento in cui si apprezza, a chiacchiere, il valore della cucina, la freschezza dei piatti e la bontà del vino. Forse quello è il momento in cui si scopre se si è stati in buona compagnia, a tavola, o meno.
Le foto ovviamente non c'entrano molto, come è ovvio. Le mazzocche (o marrocche o pannocchie, ecc.) non sono un tipico piatto marinaresco e gli arrosticini c'entrano men che meno. Ma a quest'ora non posso fare di meglio, la mia memoria e la mia immaginazione cominciano a perdere colpi.
Mi sfugge persino il telefono di chi conosce la vera ricetta del pane ripieno d'amore e condito di fantasia...

venerdì 24 agosto 2007

Penne all'arrabbiata

Visto il notevole successo riscosso dalle ricette via blog, come già visto un po'qui e un po' là, ho deciso di proporre anch'io un classico della cucina (?) mediterranea, un piatto che conoscono un po' tutti e che ha numerose varianti. Non sono mai stato un granchè come cuoco e gli effetti di questo fatto sono sparsi un po' ovunque. Devo inoltre premettere che ci sono momenti in cui un digiuno vale molto più di mille antipasti, ma ovviamente questa è la mia personalissima idea...

Ingredienti (per 5 persone o per 2 GURU):

- 500 g. di pennette
- 5 spicchi d'aglio (l'originale ne prevedeva 1, ma visto che fanno bene alla pressione...
- 600 g di pomodori (o una bottiglia di pomodoro fatto in casa)
- Peperoncino (tanto! Sennò che "arrabbiata" è?)
- Un ciuffetto (o due) di basilico
- 3/4 di bicchiere di olio di oliva
- Sale e pepe (non troppo sale, sennò si attenua l'effetto dell'aglio)
- Un ombrello rotto
- Un impermeabile
- Un cappellino con visiera
- Pomata per le ustioni
- Garze sterili 10x10
- Una carta di credito in corso di validità
- Una fotocamera digitale

Preparazione:

attendete di rimanere soli in casa in un pomeriggio di un noramle giorno di cielo coperto, ma senza pioggia. Scoprite di non avere alcun ingrediente in casa e guardate dalla finestra. Quando avete la certezza di non beccare la pioggia, uscite verso l'unico discount aperto, che ovviamente sarà ad almeno 1Km e voi non avrete la macchina oppure quel giorno sarà uno di quelli con il blocco del traffico per via dello smog. Dopo aver percorso circa 200 metri e constatata la presenza di una discreta piovosità, tornate indietro a prendere l'ombrello che qualcuno della famiglia avrà già precedentemente usato. Dirigetevi di nuovo verso il discount e procuratevi tutti gli ingredienti. Con la busta piena di tali ingredienti e carica di altre cose inutili di cui normalmente ci viene voglia in un supermercato, riavviatevi verso casa. Al primo accenno di pioggia cercate di aprire l'ombrello con una sola mano, accorgendovi che, come per incanto, il manico è deformato e quindi il meccanismo non scorre. Senza poggiare la busta a terra continuate con la manovra fino a che il telo dell'ombrello non si rompa e una delle aste non vi entri nel palmo della mano facendovi intonare un allegro motivetto, associato a tanti ringraziamenti per coloro che dimorano nell'alto dei cieli. Correte verso casa cercando di evitare gli schizzi come in "Matrix", nell'aprire la porta fate attenzione a non rompere la chiave nella serratura, considerando che sarà difficile trovare un fabbro nelle vicinanze e che nessuno rientrerà prima delle prossime 2-3 ore. Una volta entrati in casa e resivi conto che l'olio che avete preso non è d'oliva, ma di semi e che nella fretta avete dimenticato il basilico, dopo opportuni ulteriori ringraziamenti a chi sapete voi, iniziate la preparazione.
Provate a far rosolare l'aglio con l'olio in una padella. Aggiungere i pomodori tagliati a pezzetti (oppure mettete la bottiglia di pomodoro). Unire il peperoncino. Dopo aver dimenticato di aver toccato il peperoncino, andate un attimo (ops) in bagno ed eventualmente stropicciatevi gli occhi. Quando sarà passata la sensazione spiacevole, togliete la padella dalla fiamma, certi che la cottura sia quella desiderata. Aprite il rubinetto dell'acqua, nel farlo, benedicete quelli che sono stati mandati a vario titolo ai vertici regionali visto che adesso vi accorgete che il rubinetto è a secco. Aprite il frigorifero e cercate tutte le bottigliette di acqua che trovate. Nel caso esse siano tutte di acqua frizzante, usatele lo stesso e proponetevi di brevettare la ricetta della pasta alla carbonica (quella alla carbonara esiste già). Dopo aver portato l'acqua ad ebollizione, rispondete al cellulare. E' il solito "amico" in crisi mistica che vi chiede i soliti consigli su come riparare una storia che va male. Mentre vi arrampicate sugli specchi, sapendo già di non avere la risposta perchè non ce l'avevate neanche prima, neanche per voi e neanche se ci cala uno di quelli di cui sopra che abitano lassù, buttate le pennette (nell'acqua, non nella spazzatura!) e, nel farlo, ustionatevi la mano destra. Mentre di nuovo intonate canti all'altissimo, correte a prendere la pomata per le ustioni e, con la sinistra, cercate di cospargere la destra. Utilizzate anche delle garze sterili 10x10, cercando di non far cadere la pomata nel sugo oramai già pronto. Passato il tempo di cottura (della pasta, non della mano) scolate le pennette e cercate di metterle nella padella in cui giace il sugo. Nel farlo, notate la differenza tra la quantità di pasta ed il piccolissimo diametro della padella che avete scelto per il condimento e procuratevi una paletta capiente in grado di contenere la pasta che oramai tappezza in grande quantità sia il piano della cucina che alcune mattonelle sul pavimento. Mandate a quel paese l'amico che vi attende ancora al telefono, ditegli le peggiori cattiverie sull'oggetto delle sue preoccupazioni (condendole di particolari piccanti che tutta la popolazione maschile della città vi avrebbe presumibilmente raccontato sul suo conto) e, nel riattaccare il telefono, attendete fiduciosi i titoli della cronaca locale del giorno dopo.
Lasciate tutto com'è e dirigetevi verso la porta armati di cappellino, impermeabile e con in tasca la carta di credito in corso di validità (o con una discreta dose di contanti). Spegnete il cellulare. Scegliete uno dei migliori luoghi ove viene cucinato il pesce (o la carne, a seconda delle preferenze) ed entrate. Alla domanda del cameriere: "oggi da solo?", rispondete con frasi colorite e tipicamente marinaresche e accomodatevi in un tavolo sufficientemente defilato. All'arrivo del cameriere o del (si presume vostro amico) titolare, ordinate quello che volete, ma, per primo, fatevi portare un bel piatto di penne all'arrabbiata. Non dovete mangiarle, dovete solo guardarle con aria di sufficienza durante tutto il resto della cena... Se qualcuno, incuriosito, vi chiedesse qualcosa, rispondete come da protocollo.

(... lo so, non è stato un granchè di giornata, oggi).

mercoledì 22 agosto 2007

Pigrizia

Eccomi qua, era un po' che non ci si leggeva, vero? Mi piacerebbe poter dire che il tempo trascorso dal mio ultimo post sia stato riempito da una miriade di impegni talmente fitti da impedirmi di scrivere. Sarebbe anche stato piacevole poter confessare di aver fatto una lunghissima vacanza contornata da viaggi in posti mai visti, ecc., ecc. Invece nulla di tutto questo, tutta questa latenza è stata dovuta ad una semplice, banale e sana pigrizia, di quelle che ti assalgono nei momenti e nei periodi più impensati e di quelle per le quali cerchi le scuse più illogiche, come il caldo, l'estate, la primavera, l'autunno, l'inverno, il freddo, la pioggia, il sole...
Non è che oggi mi senta poi così tanto meglio, nè più intraprendente dal punto di vista componitivo, ma in fondo l'estate sta per finire (si, mi diverto in maniera sadica a dirlo, anche perchè io ho appena iniziato le ferie, mentre gli altri rientravano) e la fine dell'estate è un altro di quei periodi in cui uno cerca stranamente di fare un bilancio del tempo appena trascorso. Non ho cercato mete lontane, non ne avevo molta voglia e spesso si può ancora trovare qualcosa di piacevole e carino anche a pochi passi dalla propria dimora. Questo ovviamente vale un po' per tutto, vale per i paesaggi, vale per le persone, per i sentimenti e perche no, anche per le passioni, soprattutto per chi ha ancora la voglia e la possibilità di permettersele e per chi ha ancora la forza di sopravvivere indenne a tutto quello che segue queste ultime. Ok, sto di nuovo parlando come un vecchio rompipalle, ma in fondo scartabellando un po' di vecchie foto che uscivano dallo scatolone consumato, mi sono reso conto che la data di alcune di esse era "1978" (in quel caso "19780000_liceo_aq", ve l'ho già detto che catalogo tutto, compreso i biglietti dei mezzi con cui ho viaggiato...) e ho deciso di mettere un grosso e intero rotolo di nastro adesivo da pacchi a quello scatolone. Non servirà a molto, ma forse la prossima volta che mi verrà in mente di metterci le mani dentro avrò più difficolta a farlo e mi preserverò da quegli strani sbalzi d'umore che alcuni tuffi nel passato sono in grado di regalare improvvisamente.
La giornata di ieri si è conclusa con una sana (...insomma) cena di pesce in compagnia del Guru (uomo di poca fede...), nonostante il fermo biologico e tutto il resto. Manca la documentazione fotografica, ma forse l'impegno nel cercare di non lasciare nulla nei piatti ci ha fatto dimenticare questo piccolo dettaglio. Tra l'altro erano mesi che non passeggiavo a quell'ora tarda sulla riviera in mezzo alla folla che la popola in questo periodo dell'anno, vedi a volte il caso? Devo ancora decidere se i Guru portano sfiga o portano fortuna, come per tutte le cose e come ho già detto altrove "gli elementi a disposizione non consentono analisi" (F. De Gregori, 1989).
Le foto non c'entrano nulla con il contesto, come al solito. O meglio, non c'entrano "quasi" nulla. La prima in alto è stata scattata intorno all'1984, quando avevo ancora gli occhiali a specchio rotondi. La seconda ha qualcosa a che fare con la cena di ieri sera. La terza è un giochetto che ho imparato sui giornali di enigmistica e ha qualcosa a che fare con la nota esclamazione che qualcuno sicuramente si lascerà sfuggire qualora sia arrivato a leggere fino in fondo questo post davvero "pigro"...

giovedì 14 giugno 2007

Voce 'e Notte

Sono d'accordo con chi sostiene che Napoli abbia un fascino tutto suo, indipendentemente da tutto quello che nel bene e nel male gravita intorno a quella città, caotica e misteriosa, quanto romantica e intrigante. Non è una delle mete che mi attirano di più, lo confesso, non ho mai avuto un grande trasporto per l'area partenopea, ma è lo stesso motivo per cui non sono attratto da altri posti obiettivamente interessanti, come Lisbona, Venezia, ecc. Non ho la pretesa di conoscere i posti, non mi basterebbe una vita per conoscere a fondo i luoghi dove vivo quotidianamente, immaginate quante ne servirebbero per conoscere "il mondo"... Però, in questa occasione, quelle poche ore che mi restavano libere le ho utilizzate per un giro panoramico nei soliti posti che alcuni di noi immaginano essere quelli tipici, quelli da vedere assolutamente e da stampare nella memoria. Ovviamente non ci sono riuscito, il navigatore mi ha salvato finchè sono stato in macchina, ma una volta a piedi non ho avuto più punti di riferimento e ho vagato inesorabilmente senza una meta precisa, senza avere neanche idea di cosa andassi cercando e senza avere idea di cosa avrei potuto trovare. Nella mente i soliti luoghi comuni relativi ad una città piena di incognite, secondo alcuni piena di pericoli (non è vero) e con gli occhi e la mente affamati di immagini da catturare elaborare e riportare indietro come ulteriore bagaglio di una vita percorsa nel cercare di capire il perchè delle sensazioni, dei sentimenti, delle gioie, delle delusioni e di tutto il resto. Ok, avete ragione, sto diventando sempre più palloso e sempre meno originale, continuo il più delle volte a ripetermi e a cercare simboli e significati nelle minuzie che mi capitano a portata di mano. Però anche questa volta mi è capitato qualcosa di singolarmente strano, qualcosa che non ho ancora capito se sia stato un bene che sia capitato o che se non fosse capitato sarebbe stato meglio. Provo a spiegarmi in maniera meno fumosa e provo a togliere un po' di inutili fronzoli... Trovare qualcuno che suona e canta a Napoli, non è cosa difficile, ovviamente. Neanche a farlo apposta, in una delle serate a cui ho dovuto partecipare c'era un gruppo di artisti di strada tanto bravi quanto cordiali e così ho potuto togliermi una mia personale soddisfazione, qualcosa che aspettavo da anni e che non risentivo da tempo neanche in radio o via MP3. Che cosa, direte voi? Semplice, una canzone in forma di serenata, un pezzo struggente tra i tanti che solo il mio profondo Sud è in grado di sfornare. Ho chiesto una sola cosa al capo della banda (musicale): "che la conosci Voce 'e Notte?". Certo che la conosceva! E a quel punto mi è dispiaciuto non avere un registratore (digitale, analogico, a filo o comunque fosse), mi è dispiaciuto perchè è stato uno di quei momenti che fisserò per sempre nella mia memoria, perchè in quel pezzo c'è tutto e non c'è nulla, perchè chi l'ha cantata ci ha messo tutto e non ci ha messo niente, perchè io non sapevo più dove trovare una sigaretta già accesa da farmi passare, non fosse stato altro che per trovare una scusa per dire "no, non piango, è solo il fumo che mi irrita le congiuntive" (Op. cit. A. Celentano, 1938 - ...).
C'era qualche altro particolare che dimenticavo? Ah, sì... Non era male la cantante del gruppo, anche se oramai forse non ho più l'età per lasciarmi andare a fantasie adolescenziali. Indietro non si torna, eh? D'altra parte mi resta solamente l'illusione di provare a cercare di capire quello che mi capita e quello che mi è capitato, semplicemente buttando su questo schermo un po' di caratteri alla rinfusa e un po' di foto che prima o poi mi stancherò anche di fare. Guru, la prossima volta ti porto con me, così avrai modo, tu che puoi, di apprezzare il bello di questa città.

domenica 3 giugno 2007

Timer

Una lavastoviglie che si sfascia, in genere, è un gran bel guaio, soprattutto per quelli che nascono evidentemente e incorreggibilmente pigri. Però anche un fatto "tragico" come questo ha i suoi lati esplorabili da diverse angolazioni. Scartata subito la riflessione relativa al grosso inconveniente di lavare i piatti a mano con conseguente screpolatura della pelle dovuta al detersivo e al prolungato contatto con l'acqua, si passa direttamente all'esplorazione minuziosa del possibile componente difettoso. In questo devo ringraziare la mia precedente passione giovanile per le parti elettriche delle apparecchiature in generale, unita al totale odio per le parte idraulica e meccanica. In questo particolare caso non c'è voluto molto a capire che l'oggetto che aveva deciso improvvisamente di sfasciarsi era il timer o programmatore elettromeccanico o comunque venga chiamato in termini merceologici. Bene, anzi, meglio! Questo mi consentiva non tanto di risparmiare sulla manodopera (il Guru lo sa che son pieno di soldi, ho pure lo yacht, il mercedes e il cayenne...), quanto di trotterellare un po' per la città alla ricerca del pezzo di ricambio e di giocherellare con le viti e i connettori per vedere quanti e quali danni io sia ancora in grado di fare, non prima di aver fotografato la disposizione dei fili per evitare "sorprese". Ma, come al solito, cosa c'entra tutta questa meccanica descrizione e quest'oggetto con il mio blog? Forse tutto e forse niente, finchè non sono passato davanti ad una nota Scuola Superiore della mia città e, casualmente, mi è andato lo sguardo su una delle tante scritte che giornalmente compaiono e scompaiono dalle mura di essa. Si, lo so, è una delle solite scritte forse tanto care ai lettori del tizio dei lucchetti, però stavolta avevo un timer in mano e la data su quella scritta mi è sembrata come il punto "start" di quell'attrezzo. Dove saranno adesso gli autori o i protagonisti di quella scritta? Ancora al prelavaggio? Avranno impostato un programma breve, lungo o a risparmio energetico? Non è che si trovino nella fase di scarico? Alla fine non so che cosa augurare loro, ma forse sì, forse uno dei migliori auguri che io possa fargli è che il loro timer si sfasci come quello che adesso ho in mano e che, quando il nuovo pezzo arriverà, mi appresto a sostituire spero con successo.
Ovviamente tutto questo sproloquio serviva solo a riempire lo spazio prima delle quattro righe relative al prossimo viaggio (era un po' che non uscivo) che mi porterà in terra campana. Andrò in macchina, questa volta. Ho già messo il navigatore sotto carica e spero di non perdermi oltre il necessario.





lunedì 30 aprile 2007

Spillette

La mia casa è sempre in ordine, ogni cosa è al suo posto, è quasi tutto catalogato, riposto, etichettato e, quando possibile, classificato su un database OpenOffice. Lo so, me lo hanno già detto in tanti che questo è uno dei tanti sintomi di qualcosa che non va nella mia capoccia, ma oramai mi sono affezionato ai miei labirinti e alle tante cose, compreso quelle dimenticate e che, a volte riaffiorano inaspettate mentre mi trastullo con altro... mettere tutto in ordine è una sorta di meccanismo di difesa. Perchè, direte voi? La risposta è piuttosto semplice, immaginate il fisiologico caos di una normale stanza di una normale casa abitata da persone più normali di me, per quanto la confusione possa essere creativa, vi capiterà più di una volta di non trovare quello che vi serve e, nel frattempo, imbattervi continuamente in qualcosa di inutile, di pericoloso o più semplicemente di ingombrante. Un po' di caos però ce l'ho pure io. Ci sono due soli scatoloni che non ho mai messo in ordine, ne ho parlato tante, troppe volte dello scatolone dei sogni? Beh, sorbitevela un'altra volta la descrizione. Tale contenitore è quello in cui ammucchio i progetti mai realizzati e forse irrealizzabili, è quello in cui a volte infilo le mani e gioco a immaginare cosa potrei fare se una determinata cosa si realizzasse, se un progetto complesso andasse finalmente a buon fine e se magari, pur non potendomi attualmente lamentare delle cose che faccio e che ottengo, riuscissi a raggiungere traguardi più ambiziosi... Vi ho detto anche un'altra cosa, c'è un altro scatolone che ho portato sempre con me in ognuno dei (pochi) grandi spostamenti nel corso della mia vita, un contenitore in cui metto le mani il meno possibile e che guardo a volte con odio, a volte con affetto e a volte con paura. E' quello delle cose perdute, quelle cose che uno sa benissimo di non ritrovare mai più, se non nei meandri dei ricordi e nelle pieghe dei sogni (quelli veri, quelli che un tizio con la barbetta si divertiva ad analizzare) più contorti che uno possa fare nelle notti d'Autunno o d'Inverno (vabbè, uno può sognare anche a Primavera e in Estate, ma volete mettere il fascino della neve del freddo e dell'umido e quell'atmosfera crepuscolare che ben si addice alle migliori fantasie malinconiche?). Così mi sono imbattuto in una serie di vecchie foto e di oggetti quasi dimenticati, uno in particolare che pensavo di aver perso per sempre è riaffiorato come per incanto da una delle pieghe del cartone e mi ha donato una buona mezz'ora di sana tristezza, senza motivo, senza che da nessuna parte ci fosse qualcosa di particolarmente deprimente, senza che la giornata fosse particolarmente faticosa o frenetica. No, è bastata quella stupida e deformata spilletta, esteticamente orrenda con quelle tre perline infilate da un lato, un oggetto che vaga per casa da tempo immemorabile e di cui non ricordavo neanche l'esistenza. Ne ignoravo persino la funzione, finchè non ho chiesto a chi poteva sicuramente saperlo, scoprendo improvvisamente che una volta i bavaglini non si chiudevano sul collo con il velcro, ma semplicemente con le SPILLETTE. Ebbene si, durante un breve periodo della mia vita quell'oggetto l'ho anche indossato, con tanto di perline e con tutti gli annessi e connessi. Che bello, ora mi sono sfogato un po'... capito ora il motivo per cui non scrivevo più? Mi passerà, gli sbalzi d'umore ce li ho pure io, Moya, ma purtroppo non ho scuse per averne. O forse sì, forse "se sto così sarà la primavera" (T. Ferro, 1980 -...), forse saranno le spillette oppure semplicemente il fatto che ci sono momenti in cui ci si sente come una foglia al vento. Però non posso neanche contraddirmi, "volare solitamente è bello" (io, 1963 - ...).
Le foto, come al solito, non c'entrano quasi nulla con tutto il contesto, ma questo oramai è cosa nota. Però in birreria ci sono andato veramente, offrendo io pur di racimolare quelle tre-quattro persone che di tanto in tanto costringo a sopportarmi. La data è sbagliata, l'orario no.