giovedì 15 dicembre 2005

Mete balcaniche (4)

29.11.2005 - Camera con vista.
L'avevo detto, no? Uno scorcio di camera d'albergo non potevo farla mancare in almeno uno dei post dedicati a questo strano miscuglio tra lavoro e (pseudo) vacanza. L'arredamento è molto, ma veramente molto, spartano. In compenso l'ambiente è di sicuro accogliente e caldo, cosa che non guasta in un clima che è davvero rigido oltre ogni aspettativa. La TV è rigorosamente accesa, sarò provinciale e gretto, ma tenere questo elettrodomestico in funzione mi toglie un po' di inutili pensieri dalla mente e mi aiuta a riflettere meglio. Anche questo può sembrare strano, per chi mi conosce un po'. A casa il mio televisore è quasi sempre spento, lo tengo lì, come un inutile soprammobile sul quale qualcun'altro poggia altri soprammobili, fotografie e amenità di vario genere e fattura. In albergo no. Lì il televisore è sempre acceso, anche quando dormo, anche quando la quantità di cose che mi corrono dietro sembrano lottare furiosamente con il brusio incessante che proviene dall'apparecchio.
So anche questo, di essere monotono e ripetitivo. Ma in fondo sono pronto anche ad accettarne le conseguenze... Non sono in molti a leggermi e quindi posso sbizzarrirmi ad elencare concetti, a formulare ipotesi e a girare attorno ad ogni singola sensazione fino a sentirne la piacevole vertigine dell'averla esplorata fino in fondo.
Così come posso sbizzarrirmi a scattare foto che non hanno nessun valore artistico o sentimentale, trovate romantico il panorama di Skopje preso dall'albergo con l'autostrada in primo piano? Eppure stranamente mi era piaciuto scattarla, soprattutto all'alba, quando il muezzin della vicina moschea intonava la chiamata a raccolta dei fedeli per preghiere mattutine. Con gli occhi chiusi pensavo di essere a Damasco. Aprire gli occhi mi ha ricondotto ad una realtà ben diversa. Non migliore o peggiore, solamente diversa...

giovedì 8 dicembre 2005

Mete balcaniche (3)

28.11.2005 - Due passi in centro.
Questa è una delle rare volte in cui ho occasione di immergermi almeno un po' nella realtà locale, di solito il tempo che mi resta a disposizione durante queste "escursioni" è a malapena sufficiente a farmi sentire l'odore dei luoghi. Se ricordate uno dei miei ultimi post, questa è anche una delle volte in cui ho perso un po' di tempo a modificare l'aspetto della mia camera d'albergo, per portarla ad un aspetto più familiare. Tra l'altro le cameriere non sembrano estremamente efficienti e, quindi, continuo a trovare le cose esattamente come le ho messe (e questo, per me, è un bene...), pur non potendomi assolutamente lamentare della pulizia e dell'aspetto generale del luogo che mi ospita.
Comunque, ad un certo punto, insieme ad alcuni compagni di (s)ventura si è trovato il tempo e la voglia di capire qualcosa in più della realtà locale. Qualcosa in più di quello che aleggia nel perimetro dell'albergo che funge, in questo momento, da seconda casa.
Non è stato difficile raggiungere il centro della città, tra l'altro questo è uno di quei posti in cui il cambio monetario ci favorisce non poco, per cui un taxi arriva al massimo ai prezzi di un comune biglietto di autobus nostrano. Cosa ci si aspetta dal centro di una città che, tra l'altro, è anche la capitale della terra in cui mi trovo? Magari la frenesia e la folla di città come Roma, Milano o semplicemente Pescara... No, niente di tutto questo. Volete sapere che impressione ho? Quella di trovarmi nel bel mezzo di una grande periferia senza confini, anche l'immancabile centro commerciale sembra un complesso multifunzionale di periferia, con i negozi praticamente vuoti e quel senso di rassegnata quotidianità che scorgo nei volti delle persone che incrocio nel corridoio di collegamento. Una cosa colpisce le mie narici e, di conseguenza, la parte più recondita e lontana dei miei ricordi, l'odore delle castagne sapientemente arrostite da alcuni uomini che, con questo sistema, trovano il modo di farsi rientrare qualcosa in tasca. C'è solo un guaio, qualcosa che non può non colpire la mia attenzione e farmi vedere di colpo e per un attimo, tutto buio. Il figlio, probabilmente, del "castagnaro" che dorme tranquillamente a terra, semplicemente adagiato su un doppio strato di cartone da imballaggi. Dorme sereno, forse anche felice, ma a me ha lasciato un bel mazzetto di interrogativi e di strane sensazioni.
Ah! Tra parentesi, alla fine della freccia blu c'è la lapide che indica il posto in cui sorgeva la casa natale di Madre Teresa di Calcutta (e adesso non fate come me, che ero convinto che fosse nata in Albania...).

domenica 4 dicembre 2005

Mete balcaniche (2)

27.11.2005 - Il volo.
L’aereo è un mezzo di trasporto piuttosto scomodo, in particolare nei due momenti cruciali del viaggio: la partenza e l’arrivo. Gli spazi sono ottimizzati per il volo quando si abbia la pazienza di rimanere seduti e ovviamente, come tutte le altre volte, l’affollamento tipico all’ingresso nella cabina mi crea un discreto disagio. Comunque riesco a guadagnare il mio posto, sistemo il bagaglio, mi siedo e mi allaccio la cintura. Poi i soliti gesti routinari che probabilmente condivido con altri, guardare nella tasca di fronte a me e leggere i fogli che ci sono, in particolare le istruzioni da seguire in caso di emergenza. Le ho imparate a memoria, conosco l’ubicazione delle uscite di emergenza di quasi tutti i velivoli, le procedure per gonfiare il giubbotto salvagente, le modalità di utilizzo delle mascherine di ossigeno, anche se mi rendo conto che in caso di caduta l’unica cosa che potrebbe salvarmi sarebbe una buona dose di fortuna. Fine della lettura, il comandante dice qualcosa in macedone, una breve rullata, muso verso l’alto e distacco da terra. L’ho detto in un altro post, l’importante è il viaggio, non la destinazione, ma nel caso del volo faccio un’eccezione a questa regola, preferisco tornare rapidamente con i piedi sulla terra. Il mio vicino di posto non parla italiano e, verosimilmente, neanche l’inglese. Probabilmente non ha neanche voglia di parlare, ha l’aria di chi ha una mente satura di preoccupazioni e dubbi, forse ha lasciato qualcosa o torna da qualcuno, chissà. La traversata dovrebbe durare un paio d’ore al massimo, guardo le nuvole sotto di me, ma nessuna fantasia mi solletica la mente e fortunatamente nessuna preoccupazione rende tortuosi i miei pensieri. Continuo a leggere un po’ di materiale di lavoro che ho portato con me, senza troppa concentrazione e convinzione, ma sperando di trovare il modo per far passare serenamente dell’altro tempo, chi mi conosce dal vivo non ci crederebbe mai alla mia dannata paura di volare. Non l’ho mai confessata a nessuno e me la porto, come parte ingombrante del bagaglio, in tutti i viaggi via aria. Strano, eh? Ho aspettato di aprire un blog per avere la possibilità di produrre questo inedito scoop su me stesso e mentre penso a questo e a come lo scriverò qui, perdo qualche altro minuto e mi libero di qualche grammo di ansia infantile. Puntuali come un orologio a cucù iniziamo la discesa, flap aperti, carrello giù e appoggio dolce sulla terra di Macedonia. E’ già buio, posso farmi un’idea approssimativa dell’aeroporto che appare comunque straordinariamente piccolo rispetto a quello che mi aspettavo, oltre ad essere apparentemente spoglio. Un aeroporto che sconsiglierei fortemente a chi soffre di depressione. Avete presente quelle vecchie stazioni quasi dismesse dove si fermano, e neanche sempre, i treni regionali? Quelle, per dirla con Vecchioni, dove non c’è mai ad aspettarti nessuno, perché è sempre troppo presto o troppo tardi.

Mete balcaniche (1)

27.11.2005 - Aeroporto di Fiumicino.
E’ strano e in fondo non mi era mai capitato prima d’ora di prendere un aereo di Domenica. Fiumicino è un posto generalmente molto affollato e vederlo con meno di un quarto delle persone normalmente presenti nei giorni feriali mette quasi tristezza. Forse la sensazione che si prova è quella di essere lì per intraprendere un disperato viaggio per chissà dove o forse perché le persone che vedo intorno a me danno quell’impressione. E’ un’ora in cui si concentrano i viaggi verso le destinazioni dell’Est, europeo ed extraeuropeo, non è un periodo vacanziero e vedo visi tristi, preoccupati o semplicemente stanchi oppure non so neanche io cosa cercare in fondo agli sguardi che incrocio avviandomi verso l’area del check-in e del controllo. Dico tra me e me: benissimo, poche persone, controlli più rapidi e senza quel solito affollamento per l’imbarco. Vana speranza, anche per gran parte degli addetti alla sicurezza è Domenica e, quindi, i varchi a disposizione sono praticamente due e la fila ha già raggiunto una lunghezza più che considerevole. Poco male, non ho fretta e tra l’altro quest’oggi provo un’insolita inquietudine nel dirigermi verso i controlli. E’ una cosa nuova per me anche questa, nonostante non sia uno dei miei primi voli e nonostante non stia andando verso una delle cosiddette destinazioni a rischio. Solite perdite di tempo con chi ha dimenticato le chiavi in tasca e fa suonare continuamente il metal detector, solito intreccio di vaschette portaoggetti e, finalmente, passo il fatidico controllo e mi dirigo verso l’area di imbarco. Le sensazioni sono le stesse, i duty-free sono insolitamente vuoti. Entro in qualcuno di essi e guardo le solite cose che vendono: profumi, sigarette, liquori, gadget elettronici e altre amenità. Qui risiede un'altra mia personale curiosità che non riesco a togliermi, come se fosse una domanda alla quale non trovo risposta. Chissà perché nell’attesa del volo a molti viene voglia di fare spese e di comprare le cose più impensate? Forse la noia dell’attesa spinge a fare questo? Ho elaborato una mia personale opinione e cioè che il tutto possa derivare dalla stessa natura del mezzo di trasporto che ci attende, l’uomo è nato senza ali e quindi non può muoversi autonomamente, tranne che con la fantasia, in un ambiente quale è l’aria al di sopra delle nostre teste. Questo ci crea, magari nascosto in un qualche angolo remoto della nostra mente, una sensazione di disagio, un senso di indeterminazione e una sensazione di completa dipendenza dalla macchina che ci solleverà da terra. Forse il comprare qualcosa, lo spendere un po’ di soldi prima del decollo è un modo per concederci qualcosa nell’eventualità di un difficoltoso o mancato ritorno. Anche prendere un regalo per qualcuno a noi caro ci può forse dare l’impressione di dover comunque tornare indietro, prima o poi. Ma non c’è più tempo per i dubbi e le domande, il 737 è pronto ad aspettare e io, come al solito, sono l’ultimo ad imbarcarmi.

sabato 19 novembre 2005

Il viaggio ottimizzato (1)

Ci sono tanti modi per arrivare a destinazione, diretti o indiretti. Spesso scegliamo le nostre strade in funzione del tempo che abbiamo a disposizione per il viaggio, in funzione dei soldi che abbiamo in tasca o semplicemente in base a quanto tempo vogliamo impiegare per raggiungere la meta. Personalmente preferirei sempre viaggiare il più a lungo possibile, osservare il paesaggio, fermarmi ad annusare l'aria delle diverse regioni e assaporare la cucina dei differenti luoghi in cui mi capita di fermarmi. Purtroppo questo fa un po' a botte con la necessità di portare a termine i compiti il più velocemente possibile (vi ricordate la storia dell'orologio e della bussola?) e di tornare a casa in tempi possibilmente brevi. Avevo fatto un mio personale e fantasioso piano di viaggio per arrivare nell'amena cittadina di Skopje, dovevo decidere il mezzo, considerando l'impossibilità di usare il treno (troppo complicato), la moto (troppo freddo in questo periodo), il traghetto (la costa albanese non è proprio vicinissima) o l'auto. Dopo aver fantasticato per qualche giorno mi sono reso conto che 1600Km e almeno 14 ore di viaggio cozzavano con la costellazione di altre attività (meno amene) che mi aspettavano al varco e, forse, con la mia ingravescente pigrizia. La soluzione? E' la freccia nera che vedete sulla figura. Una freccia nera da 1 ora e mezza che mi porterà a destinazione sano e salvo, spero, rapidamente, ma certamente con una tonnellata di sensazioni in meno rispetto al mio programmato, ma impossibile, lungo viaggio... Proverò a consolarmi assimilando ogni colore, sapore, suono e odore della mia temporanea destinazione, ma sono certo, per averlo gia provato, che non sarà la stessa cosa.
Le foto dei luoghi e delle camere d'albergo faranno bella mostra di se a tempo debito.

mercoledì 16 novembre 2005

Pensiero senza foto...

L'amore è un'altra cosa! L'amore è esattamente quella cosa che ti fa vedere un attimo di eterno negli occhi di qualcuno che non incontri quasi mai ma che porti nascosto nel cuore ogni istante...

giovedì 10 novembre 2005

La camera d'albergo

Un'altra mania di cui soffro da sempre è quella che mi costringe a fotografare le stanze d'albergo dove soggiorno in genere per periodi brevissimi, solo di notte e solo per lavoro. Ora non pensate male, la mia attività principale mi porta ad effettuare un discreto numero di viaggi e di soggiorni a volte fulminei. Per dirla con Fossati, non ci si riesce a soddisfarsi dei luoghi, soprattutto se vedi costantemente "Linate diventare Pavia"...
In compenso più di una volta ho avuto il tempo di fermarmi a sufficienza per fare un po' di considerazioni. L'accoglienza di una camera d'albergo varia, ovviamente, in base alla valuta che viene devoluta al simpatico signore o alla simpatica signora della reception. Tutto è perfettamente in ordine e pulito, quando entrate e ovviamente se vi fermate per una sola notte, tutto resta così com'è. Qualche rara volta mi è capitato di fermarmi oltre le 24 ore e sono stato costretto a variare la posizione dei vari oggetti per averne una sensazione più "familiare". Non ci crederete, ma le cameriere hanno un'incredibile capacità di rimettere tutto in ordine non appena vi allontanate per qualche ora...
E' un po' quello che succede quando decidete di vivere la vostra vita. C'è sempre qualcuno pronto a farvi capire che la state vivendo male.

venerdì 4 novembre 2005

Casa sul mare

Il viaggio finisce qui:
nelle cure meschine che dividono
l'anima che non sa più dare un grido.
Ora i minuti sono uguali e fissi
come i giri di ruota della pompa.
Un giro: un salir d'acqua che rimbomba.
Un altro, altr'acqua, a tratti un cigolio.
Il viaggio finisce a questa spiaggia
che tentano gli assidui e lenti flussi.
Nulla disvela se non pigri fumi
la marina che tramano di conche
i soffi leni: ed è raro che appaia
nella bonaccia muta
tra l'isole dell'aria migrabonde
la Corsica dorsuta o la Capraia.
Tu chiedi se così tutto vanisce
in questa poca nebbia di memorie;
se nell'ora che torpe o nel sospiro
del frangente si compie ogni destino.
Vorrei dirti che no, che ti s'appressa
l'ora che passerai di là dal tempo;
forse solo chi vuole s'infinita,
e questo tu potrai, chissà, non io.
Penso che per i più non sia salvezza,
ma taluno sovverta ogni disegno,
passi il varco, qual volle si ritrovi.
Vorrei prima di cedere segnarti
codesta via di fuga
labile come nei sommossi campi
del mare spuma o ruga.
Ti dono anche l'avara mia speranza.
A' nuovi giorni, stanco, non so crescerla:
l'offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.
Il cammino finisce a queste prode
che rode la marea col moto alterno.
Il tuo cuore vicino che non m'ode
salpa già forse per l'eterno.

martedì 25 ottobre 2005

First things first...

Avete presente i quadranti di Covey e, soprattutto, ricordate chi è Stephen R. Covey?
Questo simpatico guru del time management ha scoperto, tra le altre cose, che nella nostra vita ci sono diverse attività e che ognuna di esse ha un'importanza relativa dettata da due parametri fondamentali: l'importanza e l'urgenza...
Direte forse che sono cose ovvie e che sono conosciute dalla notte dei tempi, ma quello che mi ha stupito e, in parte, spaventato, è stato il vedere inserite queste "possibili" attività in un grafico semplice e lineare quanto una tavola sinottica di un libretto di istruzioni. Perchè spaventato, direte voi? La risposta è semplice, lo spavento deriva dal fato che mi sono trovato più volte nel quadrante 1, molto spesso nel quadrante 3, quasi mai nel quadrante 2 e, infine, ho vissuto per anni nel terribile quadrante 4. Cos'è questo insano quadrante 4? E' semplicemente il luogo mentale dove si accumulano le attività che fanno perdere tempo, le attività piacevoli e quelle inutili. E' il quadrante dello "spreco", quello in cui i famosi esperti del time management piazzano le persone poco efficienti e, in sostanza, inutili ad una moderna società...
Devo aggiungere altro? Penso di no, i fantasmi che mi corrono dietro a quest'ora della giornata sono stati sufficientemente clementi da concedermi un post discretamente delirante, sostanzialmente inconclusivo e, spoprattutto, qualche ora di "inutile" sonno ristoratore.

sabato 22 ottobre 2005

La Città Eterna (3)

... ed ecco, finalmente, l'atteso post sul viaggio di ritorno. Come avevo già detto, uscire da Roma è stato più facile che entrarvi e il tempo impiegato per fare ritorno a casa è stato minore del previsto e indubbiamente minore di quello dell'andata. Un vecchio luogo comune popolare sosteneva che i cavalli sono sempre più rapidi quando tornano verso casa, ma io non mi sento tanto cavallo (a volte mi sento un po' asino, semmai) anche se penso che la strada di cui parlava De Gregori in una sua vecchia e nota canzone (Signor Hood, 1975, dall'album "Rimmel") mi sia talmente familiare da permettermi di percorrerla con una certa disinvoltura.
Torniamo a fare un cenno sulle analogie tra i luoghi reali e quelli della mente? Ma si, facciamo un po' di sana retorica da bar... Mi sono chiesto tante volte quali siano state le occasioni in cui un viaggio di andata mi abbia concesso anche il ritorno, dolce o amaro che sia stato. Ebbene, non è accaduto molte volte e quando è successo, il più delle volte è stato un viaggio faticoso e quasi sempre in salita. Eh, si! Nei luoghi della mente e della vita, quando si tratta di fare scelte importanti e non, si imboccano viali che appaiono i migliori o, quanto meno, i "meno peggio", ma per quanto possano sembrare più o meno facilmente percorribili in un senso, nella direzione inversa sono spesso penosamente insidiosi. Soprattutto perchè il "viaggio di ritorno", in molti casi, lo facciamo inciampando continuamente, a causa del nostro voltarci spesso indietro per guardare l'obiettivo che non abbiamo raggiunto.
Quasi dimenticavo, ho fotografato il ponte che vedete, semplicemente per metterlo nella mia nota collezione di scritte sui muri...

domenica 16 ottobre 2005

La Città Eterna (2)

Eccomi di ritorno, ovviamente è andato tutto come da protocollo... Sono uscito dalla mia bella tangenziale Est, ho preso la direzione della stazione tiburtina e, invece di imboccare la strada corretta che mi avrebbe portato a destinazione (il luogo indicato dalla freccia) in 10 min. circa, ho imboccato una lunga e lenta fiumana di macchine che, vista la mia imbranataggine, mi ha regalato un ameno giro turistico e panoramico dei luoghi più sconosciuti di Roma e dintorni.
Comunque poco male, oramai sono abituato a questo e sono avvezzo a programmare il mio viaggio, quando vado in macchina, in maniera da partire con qualche ora di anticipo. Però sono d'accordo con quelli che mi hanno detto, quando c'è stato il paragone con i percorsi della vita, che alla fine (quasi) sempre si arriva alla meta e in effetti è vero. La meta non era propriamente quella indicata dalla freccia, in realtà quel luogo mi serviva esclusivamente come base d'appoggio. Il posto in cui avrei passato gran parte del tempo nei giorni successivi era questo semplice, ma a suo modo stupendo e unico fabbricato immerso nel pieno del traffico più caotico, ma incredibilmente in grado di trasmettere un senso di pace e di tranquillità. Chi conosce i miei precedenti post conosce anche la mia passione per i luoghi antichi, soprattutto quelli legati alle varie comunità religiose dal '500 in poi e sa anche che non appartengo a nessuna di esse (tanto per chiarire). Comunque, prima che ci si addormenti tutti nel leggere queste righe, la sostanza è più o meno questa, il viaggio è stato piacevole, un po' accidentato, un po' più lungo del previsto, ma alla fine sono arrivato alla meta. Questa è stata una delle volte in cui ho preferito la destinazione, piuttosto che il viaggio (e non è da me), però manca un piccolo dettaglio... Manca il viaggio di ritorno, che nella realtà materiale c'è e che descriverò in un prossimo post, sempre che ci sia ancora qualcuno a leggermi. Nel viaggio metaforico, cioè nella vita di ognuno di noi, quante volte abbiamo la fortuna (o la sfortuna) di poter disporre di un viaggio di ritorno?

mercoledì 12 ottobre 2005

La Città Eterna (1)


Sono sufficientemente provinciale da provare un discreto disagio ogni volta che, in macchina, metto piede a Roma. Quello che mi ha sempre colpito è stata la incredibile sproporzione tra il tempo impiegato per il viaggio in autostrada, poco meno di 2 ore, è l'eternità necessaria per il brevissimo percorso tra l'uscita autostradale e qualunque area del centro cittadino. In fondo sembra la storia della vita di molti di noi, provate a pensarci un attimo... La strada che ci porta vicino ad un obiettivo che magari ci siamo prefissati da tempo, è spesso lineare e rapida, quasi piacevole e a volte monotona. Poi, di colpo, vediamo avvicinarsi la meta e improvvisamente ci accorgiamo che la strada comincia a salire, si incurva e si deforma e il liscio asfalto che stavamo percorrendo fa lentamente e inesorabilmente spazio ai sampietrini, alla brecciolina e allo sterrato più insidioso. Io faccio parte di quelli che da più importanza al viaggio, che alla destinazione anche se purtroppo (o per fortuna) un posto dove arrivare dobbiamo comunque trovarlo, quanto meno per riprendere forza e cercare altre mete. Però spesso mi chiedo se, a volte, non sia il caso di scendere dalla nostra piccola e scassata utilitaria e trovare il modo per salire su un potente fuoristrada, nostro o amichevolmente prestato da qualche anima pia che giunga in nostro soccorso, che ci consenta di arrivare tutti interi a destinazione.
Tornano al "tangibile", il posto indicato dalla freccia gialla mi attende inesorabile. Sarò contento di esserci, quando arriverò...

sabato 8 ottobre 2005

Il diavolo sulle colline

Non mi passa la voglia di pubblicare immagini di luoghi antichi o, meglio, impregnati di quello che la mia mente continua a considerare affascinanti e malinconici. Soprattutto non mi passa il vizio di associare immagini e titoli perfettamente scoordinati tra di loro, ma forse questo succede perchè non sono un bravo blogger. Continuo a visitare spesso questo mondo e, in giro, vedo blog veramente notevoli, sia come contenuti che come grafica e, a volte, provo anche un po' di invidia...
Comunque, per tornare a noi, il titolo è legato al racconto centrale di un noto romanzo di Pavese. L'ho letto più di 20 anni fa e non so per quale motivo mi sia tornato in mente oggi, forse perchè il mio stato d'animo attuale mi ha portato fin lì? Può essere, ma nel farlo ho anche ricordato le emozioni che vivevo in quel periodo, un po' come succede quando si sentono quegli odori che ci ricordano inesorabilmente la nostra infanzia e adolescenza. Leggevo molto, allora, e spesso oggi mi chiedo una cosa molto semplice, quanto inutile e forse senza senso. Quanto influisce, su ognuno di noi, quello a cui ci appassioniamo nei primi anni in cui cominciamo a prendere coscienza delle cose? Se invece di leggere Pavese, Baudelaire e compagnia bella, avessi letto cose più allegre, come sarebbe stata la mia interpretazione della vita quotidiana, oggi? (E non faccio neanche menzione di quello che ascoltavo allora...).

mercoledì 5 ottobre 2005

Dalla testa ai piedi

Pare che siano sempre i piedi, a soffrire di più, soprattutto nei percorsi accidentati e nelle salite che ci compaiono improvvisamente davanti al cammino. Un po' come succede per la nostra testa, quando ci capita di avere davanti mille difficoltà, vere o costruite da noi stessi. I fanatici del time management sostengono che la migliore efficacia (non efficenza, quella è un'altra cosa) si raggiunga con il crescere del numero e della pesantezza degli impegni... Sarà forse per quello che continuiamo a correre sempre più di fretta? Sarà anche per quello che abbiamo dimenticato la sottile e basilare differenza tra la velocità e la fretta?
Di certo ci sono un paio di cose da notare. Se decidi di fermarti un po', perchè magari sei stanco, trovi sempre qualcuno che ti passa avanti senza neanche degnarti di uno sguardo, ma la cosa più bella è quando provi a dire: "sai, in fondo non mi interessa correre più degli altri". Ve la siete già immaginata la risposta, anzi, la raffica di risposte a questa affermazione?
Dimenticavo una cosa, fotografo le mie scarpe di tanto in tanto, soprattutto per mostrare a tutti lo strumento con cui scatto le mie foto e con cui scrivo il mio blog...

sabato 1 ottobre 2005

Acqua alle papere

Uno dei modi migliori per buttare il proprio tempo è quello di andare in un parco pubblico provvisto di laghetto, con una buona scorta di pane avanzato o di biscotti. Poi basta solamente sedersi sullo steccato o su una panchina e tirare nell'acqua, molto lentamente, i pezzetti di pane o i biscotti, osservando le varie specie di volatili che si avvicinano, ovviamente ben felici della (per loro) grazia di dio che proviene inaspettatamente e senza fatica. In tutto questo si possono anche notare alcune variazioni sul tema, ad esempio possiamo notare che le oche (con il becco a punta), in genere, sono più rapide ad arrivare. Le anatre (quelle col becco appiattito, tipo "paperino") arrivano più defilate e timide e cercano di beccare qualcosa prima che le oche, solitamente più aggressive, le attacchino. Ci sono poi i cigni, con il loro movimento elegante e regale che non disdegnano un fugace e superbo passaggio, tanto per non essere da meno. Ci si possono passare anche pomeriggi interi, così, svuotando la mente dai più vari pensieri che la affollano. Tuttavia vi è un rischio, in tutto questo. Per qualche motivo, tenere la mente sgombra, a volte, permette ad una serie di immagini che credevamo dimenticate di riemergere, in maniera subdola e inesorabile. Ero qui proprio oggi, non avevo molto pane, per fortuna, ma la giornata autunnale e i colori intorno mi hanno fatto compiere uno di quei tuffi all'indietro che, imprevedibilmente, possono portare ad un atterraggio morbido sulla gommapiuma oppure ad un duro impatto su ricordi più duri del cemento. Ho lasciato il pane a due bimbi che erano sul bordo del laghetto, ho salutato i loro genitori e sono andato via. Era ora di tornare a casa, per mettere un po' di ghiaccio sul bernoccolo che mi ero appena fatto.

mercoledì 28 settembre 2005

Il cavallo nero

Chissà perchè ci sono cose, nel nostro inconscio, che ci costringono ad avere paura. Ho letto un po' di tutto, negli anni precedenti a questo, e ho avuto a che fare con falsi profeti, con pessimisti cronici e con inguaribili disfattisti. Quante volte vi è capitato di sentir dire: "non sono più i tempi di una volta" oppure "questo mondo sta andando allo sfascio". Più di una volta ho sentito utilizzare la parola "apocalisse", e sarà capitato anche a voi, a sproposito.
Il termine "apocalisse" non ha nulla a che vedere, con la fine dei tempi e del mondo. Esso ha un significato più profondo. La traduzione e l'interpretazione più corretta ci fornisce come risultato il termine "rivelazione". Però le immagini che ne conserviamo nella nostra mente, forse a causa della spettacolarità delle visioni tenebrose, ci danno un senso di angoscia, di disperazione e di annichilimento.
In realtà non è così, almeno secondo me. L'immagine tragica delle visioni apocalittiche ha un significato più ottimistico di quello che ci appare. Quello che continuo a pensare e a desiderare è un futuro che guardi alle difficoltà del presente e agli incubi che ci ballano intorno beffardi e crudeli. Dobbiamo abbandonarci ad essi? Dobbiamo cedere alla rassegnazione dell'invariabilità degli eventi?
Continuo ingenuamente a pensare di no. A volte quello che desideriamo è solamente nascosto in fondo ad una coltre nera e polverosa, forse non ci accorgiamo che c'è. Ma spesso è la nostra pigrizia o forse il condizionamento di chi ci vive intorno che ci impedisce di guardare oltre. Togliere la polvere e la fuliggine è un compito ingrato e "sporco", ma vale la pena di provarci. A volte sotto un denso strato di detriti possiamo ritrovare quella parte dei nostri desideri e delle nostre aspirazioni che credevamo perdute per sempre...
Per completezza, il cavallo dell'immagine non è quello nero, ma quello verdastro (con tutto quello che lo cavalca e che gli viene dietro...). Anche se in fondo non ha molta importanza.
Dimenticavo, i post riflettono, a volte, lo stato d'animo dell'autore. Vorrei non turbare nessuno, ma a volte non mi riesce. Chiedo umilmente scusa a chi si turberà...

martedì 27 settembre 2005

Reti e sistemi

No, no! Non è un post dedicato alle problematiche relative ai problemi di interconnessione tra i sistemi digitali... Quelle di cui parlavo nel titolo sono reti "vere", invece la parola "sistemi" mi sembrava semplicemente carina come abbinamento (lo so, l'ospedale psichiatrico qui vicino ha ancora posti liberi).
A qualcuno è mai capitato di provare invidia per i pescatori, i contadini e, in genere, per tutti quelli che sono costretti in qualche modo ad obbedire al corso naturale degli eventi e alle condizioni climatiche? E' vero che anche qui è diventato tutto molto organizzato e automatizzato, ma qualcuno che "va a mare" in maniera tradizionale c'è ancora. Così come ci sono ancora quelli che riparano le reti (da pesca) e che, solitamente, sono gli anziani che non possono più andare sui pescherecci. Non ne ho fotografati, anche perchè non amano essere ritratti, ricordo ancora un episodio, quando uno di loro mi disse, con il tipico linguaggio colorito che ovviamente non riporto, che la foto per la tomba non gli serviva ancora. Però mi piace fermarmi a scambiare 2 chiacchiere con qualcuno di questi uomini "ex" di mare, ma che sono oramai costretti a terra. E' impressionante come siano ancora attenti alle differenze di colore del mare e del cielo, come conoscano ancora benissimo i venti che indicavano qualche repentino cambio di condizioni meteorologiche e, infine, come sappiano riconoscere anche quegli odori che possono far prevedere l'arrivo del bello e del cattivo tempo. Qualcosa, forse molto poco, sono riuscito ad imparare anch'io, ma una cosa mi ha stupito più di tutte. Quando ho chiesto ad alcuni di loro se si sentissero un po' malinconici per essere destinati a rimanere a terra, nessuno di loro si è intristito, anzi, sono stato quasi guardato con meraviglia e la risposta, variabile solo nel tono di voce o nella più o meno "stringenza" del nostro dialetto, è stata più o meno questa: "non mi hanno mica segato le gambe? Non vado a mare, ma cammino ancora". La frase, detta in italiano, non renderà mai l'idea, io spero invece di non dover aspettare altri 30 anni per capirne il significato...

sabato 24 settembre 2005

In vino veritas

Sono sempre rimasto affascinato da tutto quello che circonda le vecchie abitudini contadine e, in particolare, dalla preparazione del vino. Non fraintendetemi, non sono uno di quelli che rimpiange "i-bei-tempi-di-una-volta". Resto convinto che, al di là di alcune cose migliorabili, almeno oggi si muore meno di polmonite, di malattie croniche e di altre amenità varie.
Però alcune cose, per quanto ottimizzate, richiedono comunque attenzione e pazienza e fanno un po' riscoprire l'importanza del rispetto dei ritmi naturali, la calma dell'attesa e la soddisfazione per il risultato (quando arriva...).
E' un peccato, però, che le vecchie botti di legno siano state sostituite da queste nuove invenzioni d'acciaio, forse più facili da pulire, non soggette all'ammuffimento e ad altri guai tipici del rovere o della noce. Però, in fondo, ben poco è cambiato nelle piccole cantine dove qualcuno ancora produce in proprio e per la sola soddisfazione di farlo. La fine dell'attesa ha sempre qualcosa di magico, anche nella freddezza dell'acciaio e nella scarsa espressività dei muri smaltati. In fondo l'essenza, cioè quello che vedete dentro il bicchiere, ha esattamente lo stesso sapore di 20-30 anni fa, quando in questa cantina le botti erano di legno e qualli come me erano molto più "piccolini". Allora assaggiavamo il "prodotto" bagnando il ditino nel bicchiere dei nostri padri. Ora lo assaggiamo tutti insieme, con un po' di nostalgia per quando eravamo più (come si dice?) veri e sinceri, meno avvezzi alle falsità che siamo costretti ad imparare (ma non a praticare, si spera) oppure semplicemente più ingenui.
Un brindisi a chi passa di qui, che porti un po' di fortuna!

martedì 20 settembre 2005

Sul ponte sventola bandiera bianca...

Quante volte ci viene la tentazione di tirare i remi in barca e dire -basta così, forse ho dato abbastanza!- Cos'è, una sconfitta o una resa?
Personalmente mi è capitato tante volte, così come altrettante volte mi è capitato di pensare di non aver dato abbastanza e, comunque, di non esser in grado di dare più di tanto. Ho impiegato molto tempo a capire che non è questo, che ha importanza. Ci sono voluti anni a comprendere l'essenza della fondamentale e formidabile diversità tra la sconfitta e la resa e ho cercato, quando ho potuto, di arrivare ad una sconfitta, piuttosto che a una resa. Quando ho potuto, appunto. I *sempre vincenti*, ammesso che esistano, non hanno di questi problemi. Probabilmente molti di loro non vanno neanche a pesca. Lo sapete qual è la giornata tipica del pescatore, no? Tu esci, ti porti le canne (da pesca, e solo quelle!) e speri di portare a casa un ricco bottino. Metti in pratica tutto quello che hai imparato in anni di pratica sulla riva del lago e, alla fine, ti capita di tornare a casa con il cestino inesorabilemnte vuoto. Certo, il classico pescatore racconta sempre di incredibili stuccate di fili da parte di improbabili mostri acquatici, ma anche questo fa parte del gioco... di certo non tornerà mai in anticipo, abbandonando il "campo" dopo pochi minuti di attesa infruttuosa.

lunedì 19 settembre 2005

Un po' di tranquillità

Il titolo di questo post era quello a cui pensavo mentre lentamente risalivo il fiume, dopo la pseudo-avventura descritta nello scorso post. Lo so che sembra banale, in fondo chi è andato un po' per mare ha vissuto paure ben più grandi e, alla fine, avevo la possibilità di chiedere soccorso e, comunque, la scogliera era abbastanza vicina. Al massimo avrei danneggiato la barca e l'unico problema sarebbe stato quello di mettere mano al portafoglio. Però mi sono reso conto del pericolo a cui mi ero esposto solamente nel momento in cui tutto era tornato alla normalità, tranquillamente seduto davanti al timone e con una sigaretta accesa come unica compagnia. In quella situazione mi son tornati in mente un po' di fatti accaduti nella mattinata e nei giorni precedenti, di lavoro, di svago o semplicemente casuali. Gran bella cosa un mare agitato e spaventoso, può aiutarti ad apprezzare alcune cose a cui ti dedichi tutti i giorni, ma che a volte vedi passare rapidamente, a volte senza avere neanche il tempo di apprezzarne le sfumature. Certo, mi direte voi, dobbiamo tutti correre, al giorno d'oggi. Chi si ferma un po' a meditare e a metabolizzare un po' di più gli eventi che accadono o chi perde tempo a guardare il prossimo, fosse anche uno sconosciuto, non solamente negli occhi, ma cercandone i pensieri, i sentimenti e le preoccupazioni, butta il proprio tempo. Lo confesso, sono uno che a volte butta il suo tempo, mi fermo a guardare un gruppo di bambini che giocano a pallone o ad acchiapparello e, se mi capita, faccio un po' di chiacchiere "inutili" con le persone che incontro anche per caso oppure mi siedo su uno scoglio (qui ce ne sono tanti) a guardare lontano tanto per farlo, non per immaginari desideri di viaggi o di fughe. Potrei sembrare vuoto e fannullone, in questo, ma cosa saranno mai l'inutilità, la vacuità o l'aridità? La mancanza di un risultato in seguito al lavoro che dovremmo fare? Penso che l'inutilità sia un concetto che dovrebbe essere riservato alle *cose* inutili. Le persone non possono essere inutili, per definizione. E' facile arrivare a sentirsi tali, però. L'analogia è quella di un campo in cui crescano solamente erbacce o che, addirittura, diventi una spianata desertica. Di chi è la "colpa", del campo?

sabato 17 settembre 2005

L'uscita dal porto

Ecco, chi è andato qualche volta in barca lo sa certamente meglio di me, quanto sia importante valutare bene le condizioni meteorologiche prima di uscire dal porto per affrontare il mare aperto.
Solo soletto ho preso la barca di mio fratello (in realtà è una noce di cocco, ma a lui piace chiamarla così) e ho deciso di affrontare le onde in una giornata ventosa. La foto che vedete qui, doveva essere in realtà una prova per trovare l'esposizione ottimale, salvando il resto della scheda per le foto al largo... e poi ero un po' emozionato, in fondo era la prima volta che prendevo il mare da solo, nonostante io non abbia poche primavere alle spalle, dal momento che i miei soliti "compagni di viaggio" erano tutti affaccendati in altre problematiche familiari e non.
Il resto è storia! Le onde che ho trovato a qualche centinaio di metri dall'uscita del porto erano semplicemente spaventose, avevo paura di mettere la barca di traverso per tornare indietro (mi hanno insegnato che è il modo migliore per ribaltarla) e, ciliegina sulla torta, si era anche spento il motore!. All'inizio della giornata mi sentivo come il protagonista di una nota opera di Hemingway, di fronte alle onde ho pensato seriamente di fare la fine del capitano Achab. Fortunatamente il motore, dopo vari e faticosi tentativi, è ripartito, lentamente sono riuscito a prendere il coraggio a due mani (quello necessario per invertire la rotta, tenendo lo scafo di traverso il meno possibile) e, prua verso l'imboccatura del porto, sono tornato di corsa ad ormeggiare la noce di cocco.
Perchè vi racconto questo? Perchè ho avuto paura e mi sono anche andato a cercare personalmente i motivi per averne...
A che cosa ho pensato mentre risalivo il fiume verso gli ormeggi? E' troppo lunga, ve lo dirò con un altro post, quando mi riprenderò...

mercoledì 14 settembre 2005

I cannoni di San Sebastian

La costa atlantica della Spagna è uno di quei posti che ho sempre visitato con piacere, come tutti i posti di mare in generale, forse perchè il mare l'ho sempre visto da vicino e ogni volta che me ne separo provo una sensazione simile a quella che prova solitamente un bambino quando si allontana la prima volta dalla mamma.
Non impazzisco nel vedere le spiagge assolate con contorno di ombrelloni e vacanzieri carichi di borse e di stress. Preferisco le spiagge selvagge spazzate dal vento dell'inverno e le scogliere rocciose a picco sul mare, possibilmente flagellate dalle onde e con l'aria circostante carica di salsedine e di umidità. Sono sicuro che ci sarebbero frotte di psicologi in grado di dare un'interpretazione a queste mie sensazioni e ai miei desideri (spero che non leggano il blog, altrimenti rischio di essere rinchiuso...). Io ne ho una sola e, forse, molto semplice. Mi piace così, non lo so il perchè. Questi posti mi hanno sempre riempito l'anima svuotandola da quei tanti pensieri inutili e, a volte, nefasti che vorrebbero prendere il sopravvento e che, invece, possono essere spazzati via da qualcosa simile al vento che sferzava come un dannato il piccolo scoglio di San Sebastian.
In via collaterale, e non è poca cosa, vi posso assicurare che lì si mangiava veramente molto bene...

martedì 13 settembre 2005

J'entends siffler le train

Ho impiegato un bel po' di tempo ad imparare l'inglese, un po' per voglia e un po' per necessità. Non posso lamentarmi del risultato e della possibilità che ho avuto di conoscere altri posti e altre culture. Mi è rimasto però un cruccio, quello di non aver mai imparato il francese. Certo, direte voi, non è mai troppo tardi per farlo, ma come ho già detto un po' di tempo fa, io sono un pigro e pensare di dirigere i miei sforzi anche in quella direzione mi provoca un sottile disagio. Conosco, comunque, qualche parola di francese e, in particolare, le parole tel testo completo della canzone di Richard Anthony che da il titolo a questo post. Non la scriverò in questo contesto, chiunque circoli da queste parti è in grado di trovarne i dettagli tramite google e la struttura è talmente semplice che, con un po' di fantasia, il significato viene subito agli occhi...
Ho colto il significato del testo solo adesso e, come tutte le cose che ognuno di noi vorrebbe che fossero *come* vorremmo, ci ho rivisto una buona fetta delle situazioni vissute in passato. Ce le ho viste io, ovviamente. Ognuno potrebbe vederci altro e qualcuno potrebbe non vedeci niente, è il bello dei ricordi e anche il brutto di essi. Vorrei forse, a volte, correre ancora dietro a un treno che sta partendo e cercare invano di dire le cose che non ho fatto in tempo a dire. Avrei l'illusione di fermarlo o, semplicemente, ne avrei il desiderio, unito alla certezza dell'impossibilità di farlo. Non si vive di rimpianti, questo è vero, ma averne qualcuno può dare una mano a non cercarsene altri.

domenica 11 settembre 2005

Fuoco sulla Collina

Ci sono tanti motivi per scattare fotografie e ci sono tanti motivi per le diverse modalità con cui scegliamo i soggetti e i paesaggi. Ovviamente parlo per quelli come me, che se ne vanno i giro con una fotocamera in tasca, sempre pronta per l'uso. Oramai ho perso il conto delle immagini scattate, da più di 30 anni, prima con le pellicole, poi (molto ultimamente) con il digitale, che in fondo non mi piace, ma in effetti è molto più pratico.
Quest'obbrobrio che invece espongo oggi, è un vecchio ricordo passato allo scanner, di una foto scattata nel 1980 mentre pensavo a chissà cosa. Cosa ho fotografato? E' presto detto, uno scorcio di cielo durante una giornata di leggera foschia. Ricordo anche come ero messo: sdraiato a terra, con la borsa dell'attrezzatura fotografica a fianco e con l'apparecchio regolato in automatico. Allora mi chiedevo come mai la gente, passando, mi guardava perplessa... Ora forse non me lo chiederei più. Ma lo rifarei lo stesso, quella che vedete è una foto inutile, un altro l'avrebbe certamente buttata, ma io non sono mai riuscito a separarmene ed è una delle poche foto "convenzionali" che ho passato allo scanner. Forse perchè c'è tutto e non c'è niente. Oppure perchè è tutto da immaginare. O semplicemente perchè così mi andava...
Certo, alle volte mi sento come il protagonista della storia descritta in una famosa canzone del grande Ivan Graziani [Fuoco sulla collina], ma che ci posso fare, le illusioni mi hanno coinvolto a lungo, forse sono un romantico (molto forse), ma sicuramente sono un fesso (e comunque ne vado anche abbastanza fiero...)

sabato 10 settembre 2005

Tempo sprecato

Ci sono diversi modi per rilassarsi, probabilmente, e ci sono diversi posti nella nostra immaginazione adatti a questo scopo.
Personalmente mi sono sempre piaciuti i fari, soprattutto quelli costruiti in zone molto isolate e ancor di più quelli nei quali era necessario viverci dentro, un po' come quello della storia del drago Elliott. Un bel po' di gente mi prende per matto, quando racconto di questo particolare desiderio, soprattutto, forse, perchè oramai anche i fari sperduti sono stati resi automatici e controllabili a distanza (ah! Il bello della tecnologia...). Eppure continuo ancora a pensarci, ogni tanto. Mi immagino nelle giornate serene e tiepide, seduto sulla veranda dell'ingresso a chiacchierare con qualche altro amico che condivida questo piacere, senza fretta, sapendo che quella giornata trascorrerà lenta e che le prossime continueranno a passare senza fretta. Così come mi immagino nei giorni in cui il mare è in tempesta e il vento e la pioggia mi impediscono di uscire, lasciandomi nella solitudine, con i miei pensieri e con la sola luce di quel faro a farmi compagnia. Anche in quest'ultimo caso sarebbe affascinante assaporare la consapevolezza che ci saranno altri giorni di tempesta, ma che anche questi troveranno una loro fine.
Lo immagino, lo so. So anche che sono un po' matto, o forse solamente un po' fesso, ad immaginare queste situazioni. Un giorno seguirò il consiglio di quegli amici che mi riportano alla realtà e smetterò di sprecare tempo con i miei quadretti mentali. Forse, ma solo un po'...

martedì 6 settembre 2005

L'ora che passa

Ce l'avete presente il trascorrere del tempo in un vecchio convento di frati o di suore? Non adesso, la maggior parte di quei luoghi si sono probabilmente adattati ad un tipo di vita che forse meglio si adatta ad una serie di esigenze "temporali" più che spirituali. Comunque, intorno al XV secolo le cose andavano in maniera abbastanza semplice e cadenzata e tutto il giorno sembrava fatto apposta per costringere i monaci ad evitare le tentazioni. [1] Durante la stagione invernale, cioè dal principio di novembre sino a Pasqua, secondo un calcolo ragionevole, la sveglia sia verso le due del mattino [2] in modo che il sonno si prolunghi un po' oltre la mezzanotte e tutti si possano alzare sufficientemente riposati... Una vita comodissima, vero?
No, non preoccupatevi. Non voglio tenere una lezione sulle congregazioni religiose, non ne sarei capace e non ne sarei probabilmente degno. Certo che per noi moderni, abituati ad una serie di accessori e facilitazioni, compresa la luce elettrica, pensare ad una vita dettata semplicemente dal sorgere e dal tramontare del sole deve essere per forza uno sforzo incredibile. Mi resta però un dubbio. Sono io solamente ad avere la tentazione di passare qualche giorno [non di più] in un luogo senza telefoni, senza luce e ammennicoli vari tanto per vedere l'effetto che fa? Spero solo che a qualcuno non venga la stessa idea per farci un reality...

domenica 4 settembre 2005

... E' il fatto che tu sei il coltello con cui frugo dentro me stesso...

Credo che a molti sia capitato di leggere un qualche romanzo epistolare. Personalmente non leggo tantissimo, anche a causa della mia ben nota pigrizia, ma se c'è un genere che non mi è mai piaciuto molto, ebbene è proprio quello epistolare.
Mi è capitato, invece, di leggere un delizioso romanzo di questo tipo qualche anno fa e, come tutte le cose che hanno in qualche modo colpito la mia attenzione, di tanto in tanto mi vengono in mente dei passaggi di quel libro e provo a riassaporare le sensazioni che ho provato nel leggerlo. La storia era intrigante quanto piacevole, intensa quanto inquietante. Il finale mi è rimasto un po' indigesto, ma preferirei non parlarne. Anzi, farò di meglio, non dirò neanche il titolo del libro in oggetto, basterà una frase che lascio come titolo... tanto qui in rete è pieno di topi di biblioteca in grado di riconoscere un opera anche solamente dalla posizione delle virgole.
Capriole sorridenti con contorno di giravolte a tutti!

venerdì 2 settembre 2005

L'Alfa e l'Omega

Il principio e la fine, l'ingresso e l'uscita, il tutto e il niente. Mi affascinano e mi terrorizzano allo stesso tempo, i concetti estremi. Forse a causa della loro stessa intangibilità. Il tutto e il niente sono dei concetti che forse neanche esistono nella natura del nostro universo. Non c'è veramente qualcosa che identifichi il tutto, forse perchè c'è sempre qualcosa da aggiungere. Non c'è neanche qualcosa che identifichi il niente, perchè c'è sempre qualcosa che può essere tolto, a quello che consideriamo il nulla. Un po' come succedeva prima di Einstein, la velocità della luce non poteva essere superata, ed ecco i buchi neri, gli orizzonti degli eventi e quant'altro è associato a questo tipo di fisica. Ce l'avete presente un buco nero? Quel posto tanto decantato da tanti film di fantascienza? Dovrebbe essere il nulla, oppure il tutto, un qualcosa che non è visibile, ma che ingoia qualunque cosa si trovi nel suo ambito gravitazionale. Eppure è curioso, se noi potessimo osservare gli oggetti che vi cadono dentro, non li vedremmo sparire mai, resterebbero, per noi, sempre a vagare in quella zona definita come "orizzonte degli eventi". Diventerebbero, ai nostri occhi, sempre più grandi, sempre più rosse, ma non sparirebbero mai. Anche se in realtà sarebbero già distrutte, o meglio annichilite, da tempo.

giovedì 1 settembre 2005

Ingresso o uscita?

Ho sempre avuto un po' di timore nel guardare le gallerie, eppure non soffro di claustrofobia. Ne ho presi tanti di treni, ne ho passati tantissimi, di tunnel, ma guardarli dall'esterno mi fa sempre uno strano effetto, così come mi fa effetto il fischio del treno, un misto tra serenità e tristezza, voglia di partire e nostalgia di averlo fatto.
Come al solito, so di dire cose scontate, luoghi comuni. La galleria come luogo oscuro, sconosciuto. Il treno come metafora del viaggio, del cammino, della partenza e del ritorno. O del non ritorno.
Comunque la foto era a colori, ma l'ho modificata in scala di grigi. Perchè? Forse perchè il bianco e nero è il colore del passato, forse perchè (altro luogo comune) il bianco e nero è il colore dei ricordi oppure solamente perchè la mia testa mi ha detto di fare così, in questo momento. Al di là di tutto questo, la quantità di ricordi e di sensazioni che anche uno sterile e per certi versi semplice manufatto umano strumentale solamente all'attraversamento di una montagna può generare, ha dell'incredibile. Forse sono io che vedo tutto questo in un buco sulla parete di roccia di un versante appenninico? Spero di no, altrimenti comincio a preoccuparmi...
Ah! Quasi dimenticavo. C'è una risposta alla domanda riportata nel titolo? Cos'è questo, un'ingresso o un uscita? O semplicemente un passaggio?
Sorrisi (un po' bui, ma solo per poco)

martedì 30 agosto 2005

Le scarpette al chiodo

Queste sono le classiche scarpette-appese-al-chiodo, a dimostrazione della volontà di non giocare più a calcio. Ma lo sanno quasi tutti che questo modo di dire è oramai utilizzato un po' per tutti i casi in cui qualcuno ha deciso di mettere la parola fine ad una qualche attività, piacevole o no, in cui era impegnato da lungo tempo. In genere è una frase che viene intesa come un qualcosa di definitivo, nel senso che chi appende le scarpette al chiodo, ad esempio, non giocherà più a calcio. A volte però potrebbe esserci un significato meno drastico e a tale proposito penso sempre ad alcuni giocatori professionisti che ho avuto modo di conoscere, seppur superficialmente. Questi adesso continuano a giocare tra amici, guadagnando sicuramente meno, ma divertendosi di più e utilizzando, forse, scarpette diverse da quelle che avevano appeso. Provo spesso a fare mia questa seconda interpretazione del modo di dire di cui parliamo, interpretandolo in modo meno negativo e pensando che un'attività monotona e routinaria possa trasformarsi in qualcosa di piacevole e, perchè no, rilassante semplicemente appendendo le scarpette al chiodo.

lunedì 29 agosto 2005

Certo, è molto curioso. Se facciamo un viaggio immaginario nei testi dei vecchi poeti e scrittori e tra le pagine dei vecchi libri di religione, ne troviamo tante di cose. Troviamo ad esempio che è il cuore, la sede dei sentimenti. Poi leggiamo che la vita di ognuno di noi è governata dalle emozioni, poi troviamo anche che le esperienze pregresse condizionano le nostre gioie e i nostri mali. Negli scorsi decenni si è parlato di qualcosa di simile, i traumi che subiamo nel corso della nostra vita forse influenzano le nostre emozioni e il rapporto con gli altri, ci possono creare disagio o indifferenza. Questo fino a quando qualcuno non ha provato ad associare i contorti pensieri della mente umana ad una serie di meccanismi e connessioni freddamente e semplicemente chimiche. E' facile, adesso. Hai un senso di tristezza o troppa malinconia? Ovvio! La quantità di serotonina che viene liberata è inferiore a quella che viene rimossa nelle aree specifiche. Era così facile, perchè nessuno ci ha pensato prima? Non si può somministrarne dall'esterno, la serotonina non raggiunge il cervello in quantità efficaci... Via, allora, a trovare il miglior sistema per mantenerne la quantità necessaria tra un pensiero e l'altro. Altro problema, la quantità di noradrenalina che restava nei neuroni inibitori. Gli inibitori selettivi del reuptake della serotonina non permettevano di controllare la funzione dei neuroni che "vanno" a noradrenalina e che giocano un ruolo essenziale nelle forme depressive e nelle crisi ansiose. Un problema? Tutt'altro... ecco a voi [rullo di tamburi] gli inibitori non selettivi del reuptake della serotonina!
Certo, è tutto apparentemente più semplice, adesso possiamo controllare meglio le nostre emozioni e gli attacchi di panico saranno solo un vago ricordo. Ma cosa ci abbiamo guadagnato a trasformare il cuore in una misera pompa e il cervello ad un orripilante miscuglio di reazioni chimiche e ingarbugliamenti recettoriali? Mah! Tutto questo pensare mi ha creato un po' di angoscia. Ci sarà qualcosa anche per questo? Il desiderio che abbiamo, a volte, di coccole e comprensione potrà essere sostituito da una bella "palletta"?
In parte è un male necessario, ma, per quanto utile, nessuna "palletta" potrà sostituire quel misero e antico insieme di cose che si chiamano "comprensione", "partecipazione", "accettazione", ecc., che ci fanno essere uomini e donne disperati, sofferenti, incazzati, ma comunque VIVI!
Un grande sorriso, a chi ha voglia di accettarlo, così com'è...

domenica 28 agosto 2005

La fontanella

In questo preciso posto c'è sempre stata una fontanella, quella della foto non è la stessa che c'era diversi anni fa, ma la funzione, ovviamente, è la stessa. La piazzetta in cui si trova è stata completamente ristrutturata, c'è un nuovo monumento e le facciate delle vecchie case sono state reintonacate e ridipinte (a volte con colori anche "curiosi").
Oggi sono passato di là, come faccio abbastanza spesso, con il solito intento di godermi la veduta della vallata con lo stupendo colpo d'occhio che si presenta in queste giornate di fine estate e cercavo qualcosa che mi aiutasse a ricordare i dettagli che vedevo da piccolo. Ho provato di tutto: ho chiuso gli occhi, ho bevuto alla fontana, ho aspettato il fischio del treno in lontananza, ma non è successo nulla...
Poi è accaduto l'imprevisto, un gruppetto di bimbi aveva deciso di giocare a rincorrersi e alcuni lo facevano con un vociare a dir poco assordante, tanto che una donna del posto, che conosco, si è affacciata alla finestra per farli smettere. L'ho chiamata, salutandola, e l'ho pregata di non farlo, almeno per qualche minuto. Perchè in quel momento ho visto il colore delle case sbiadire e tornare a quello della pietra naturale, ho visto le mattonelle altamente tecnologiche della piazza trasformarsi nei vecchi sampietrini, ho sentito di nuovo il chiocciare delle galline di una vicina aia che ora non c'è più e ho sentito l'odore della legna bruciata nei camini. Poi mi sono fermato, per fortuna, è troppo per oggi. La signora ha "convinto" i bimbi ad andare altrove e mi ha salutato incuriosita, ma senza il coraggio o la voglia di chiedermi nulla. I colori sono tornati come prima e tutto il resto ha ripreso il corso naturale degli eventi. E' troppo, per oggi, l'ho già detto, ma tornerò di nuovo lì o altrove e aspetterò qualcuno o qualcosa che mi rimandi un po' a spasso nel tempo, con la consapevolezza e, in fondo, la serenità di restarci solo lo stretto necessario.

sabato 27 agosto 2005

Parchi, piscine e fontane

Chissà perchè per gli avvenimenti importanti della propria vita si va sempre alla ricerca di posti raffinati o particolari o, comunque, suggestivi. E' incredibile che, poi, molti passino il resto delle loro vite in luoghi completamente diversi, spesso rumorosi e polverosi e a volte al limite della vivibilità. Chissà perchè, poi, il resto della vita è ben diverso da quello che traspare da quelle poche ore di allegria e spensieratezza che di solito si vivono in quei momenti.
La risposta forse è fin troppo ovvia, perchè in fondo l'allegria del momento di festa è un'allegria sicuramente vera, ma non ripetibile, come non è mai ripetibile un momento di gioia, come non è mai possibile vivere tutti i giorni con gioia e spensieratezza. Allo stesso modo, però, non si dovrebbero passare tutti i giorni della propria vita nell'angoscia e nella disperazione, ma lo so, è facile parlare senza conoscere tutte le sfaccettature di tutte le vite che ti passano davanti. A volte ci provo, a volte cerco anche di farlo con convinzione e pazienza, magari qualche risultato arriva. Ma continuo a chiedermi come sarebbe la vita di molti di noi se fosse possibile spalmare un po' della felicità che proviamo in certi momenti e che, qualche volta, ci sembra eccessiva, sul resto dei giorni che passiamo nella "neutralità" e, ancor di più, direttamente sui giorni tristi che durano un po' troppo. Al di là di quelle che sono le mazzate che ci aspettano di tanto in tanto e da cui dobbiamo risollevarci cercando di non farci del male anche da soli.

venerdì 26 agosto 2005

Puro testo...

[Qui ci andava la foto di un bel tramonto tra le montagne]

Ecco, questo è un po' come il black out di cui parlavo nel post precedente...
Mi sembra di essere tornato ai primordi della mia scoperta di Internet (1992, circa) con i programmi di email che giravano sotto Unix e ti permettevano solamente di scrivere con il set di caratteri ASCII, neanche esteso, addirittura senza neanche gli accenti. A volte sento nostalgia di quei tempi e mi viene da scrivere, ad esempio, *perche'*, invece di *perchè*, mi viene da mettere gli asterischi per fare finta di rendere un testo sottolineato o evidenziato, ecc. ecc.
Ma, come in quasi tutte le cose, "indietro non si torna" e così tra un po', penso, tornerà la possibilità di mettere i caratteri speciali, di inserire le foto e di abbellire a dismisura i nostri post.
Meglio come era prima? Meglio adesso? Forse nessuna delle due ipotesi, forse si tratta solamente di due cose *diverse*

mercoledì 24 agosto 2005

Luci e luce (e candele)

Lo so di essere il solito rompiscatole pignolo, ma vi siete mai chiesti come doveva essere la vita senza energia elettrica? Certamente questo paesaggio sarebbe stato meno "contaminato" da un palo che ha l'unica funzione di sorreggere 3 cavi di rame.
Stavo pensando al Black out che ci colpì nel 2003 e che lasciò un po' tutti in un buio che non avevamo mai conosciuto. Vi sembrerà strano, ma quella notte a casa mia non avevamo neanche una lampadina tascabile funzionante e così ci ritrovammo tutti a fare due chiacchiere e a sentire le notizie dalla radio (l'unica, a batterie, era una vecchia radiolina AM) con l'unica illuminazione di un paio di candele di cera... Non ho potuto, e nessuno dei presenti potè, non andare con la mente a quando quella era l'unica fonte di luce disponibile nella maggior parte delle case, in passato. D'accordo, forse era bello, forse non sono più "i tempi di una volta", ma il ritorno della luce, pur lasciandomi un minimo di nostalgia per il romanticismo delle candele, mi fece un gran piacere. (oh! lo so che scrivo un cumulo di baggianate e di frasi e pensieri sparsi e, a volte, senza senso... ma il blog è mio, no? :).
Sorrisi a tutti! Ho dovuto aspettare 42 anni per conoscere un augurio rotondo e accogliente come questo... e poi parlano male di internet!

martedì 23 agosto 2005

I luoghi della memoria

La giornata meritava, non c'è che dire. Erano almeno 15 anni che non tornavo in questo posto sperduto, ma eccezionalmente vicino a tutti i luoghi che conosco. Non lasciatevi fuorviare dalla vegetazione e dall'apparente assenza di strade. Ho impiegato meno di 20 minuti per arrivare qui, partendo dal posto dove avevo lasciato la macchina.
Questo è uno dei luoghi della MIA memoria, ma probabilmente è uno dei luoghi della memoria di altri, a giudicare dalle scritte lasciate sulle pareti esterne di questa cappellina. Eppure, la data più recente che ho trovato, e che è documentata dalle scritte, e questa: 1989. Strano, eh?
Mi è sembrato anche strano che fossi solo, lassù. In una giornata di fine agosto che vede ancora molti di noi in ferie. Forse è cambiato qualcosa negli ultimi anni, sicuramente è cambiato il significato del luogo a cui appartiene questa piccola, ma significativa, appendice.
Non preoccupatevi, però. Al di là delle mie convinzioni religiose e al di là del significato intrinseco di questo luogo, questa foto è solo uno dei tanti modi che noi abbiamo per ricordare il buono che c'è nel passato, per attenuare (non cancellare) le tinte fosche di tante cadute e delusioni che ognuno di noi ha sofferto e semplicemente per mettere un po' di sentimenti su un foglio di carta virtuale, così, per condividere un'emozione o un pensiero, profondo o semplice che sia.

lunedì 22 agosto 2005

Pizze e ricordi

Gran brutta cosa, le ferie. Soprattutto perchè finiscono...
La realtà, comunque, è che questi sono i pochi momenti in cui uno cerca di ritrovare se stesso oppure prova a rintracciare i vecchi amici o i vecchi compagni di scuola o i vecchi colleghi dell'università e dei primi anni di (pseudo) lavoro.
Perchè lo facciamo? Ognuno di noi ha una risposta tutta sua. Ho rivisto tante persone in queste ultime occasioni e le ho riviste piacevolmente, ma ho fatto la figura del solito "rompi" quando ho chiesto perchè ci faccia piacere rivederci, anche dopo molti anni, anche dopo molte e non sempre piacevoli avventure. Però ne ho ricevute diverse, di risposte. La più comune è stata "l'amicizia che ci lega". In realtà con molti non c'è mai stata vera amicizia, anche se i rapporti sono sempre stati cordiali e, spero, leali. Ho deciso di lasciare perdere le analisi, i commenti e le spiegazioni, avrei solo confermato di perseverare in quella che era la mia fama e, oramai, ho deciso anch'io che forse è meglio vivere di quella gioiosa spontaneità che di volta in volta si ritrova insieme con i "vecchi amici".
Mi sorge un dubbio: non sarà che il rivedere gente che appartiene, in fondo, al nostro passato ci fà restare in qualche modo più eternamente giovani?
Ci sarebbe anche un'ultima considerazione: chissà perchè si finisce sempre a tavola, come minimo davanti a una pizza. E questo è un altro lato piacevole di tutta la faccenda...

sabato 20 agosto 2005

Qualche parola in più

Oggi ho fatto un giro per la mia città, ovviamente a metà strada ho beccato il temporale e non c'era neanche un balcone per ripararmi... Poco male, mi è sempre piaciuta la pioggia in estate. Non ho particolari problemi di salute e le gocce d'acqua che ti cadono sul viso, a volte, sono anche piacevoli. In tutto questo passeggiare, complice la pioggia, tornavo indietro nel tempo, purtroppo solo con la mente. Ripensavo alle scelte fatte, che probabilmente rifarei allo stesso modo. Non è possibile cambiare il passato e il senno di poi, pur essendo una gran bella cosa, è appunto di POI. Rimpiango invece le parole che non ho detto, che non ho detto soprattutto alle persone a cui non avrei avuto più la possibilità di dirle, per un motivo o per un altro. Ma tant'è, forse il bello, e allo stesso tempo il brutto, di questa vita che rincorriamo e che ci rincorre giornalmente è anche questo. Cambia continuamente, come il tempo in una giornata di fine agosto, che parte serena, si rabbuia nel pomeriggio, ma spesso ci regala una sera tiepida e calma, di fronte alla visione di un mare che propone immagini fantastiche e possibili, anche se lontane e, forse (ma non lo sappiamo mai) irraggiungibili...

domenica 14 agosto 2005

Un inizio concreto?

Perchè questo blog e, soprattutto, perchè questo titolo?
Forse qualcuno potrà intuirlo, ma in realtà questo luogo esiste ed esisterà solamente per i fatti e i ricordi che mi verranno in mente volta per volta. Quindi sicuramente succederà che passeranno settimane e/o mesi tra un post e l'altro, sperando di non annoiare troppo l'incauto lettore...

Basta così, per ora. Magari mi farò di nuovo vivo quando avrò idee o momenti o cose da raccontare o da buttare via.