mercoledì 28 settembre 2005

Il cavallo nero

Chissà perchè ci sono cose, nel nostro inconscio, che ci costringono ad avere paura. Ho letto un po' di tutto, negli anni precedenti a questo, e ho avuto a che fare con falsi profeti, con pessimisti cronici e con inguaribili disfattisti. Quante volte vi è capitato di sentir dire: "non sono più i tempi di una volta" oppure "questo mondo sta andando allo sfascio". Più di una volta ho sentito utilizzare la parola "apocalisse", e sarà capitato anche a voi, a sproposito.
Il termine "apocalisse" non ha nulla a che vedere, con la fine dei tempi e del mondo. Esso ha un significato più profondo. La traduzione e l'interpretazione più corretta ci fornisce come risultato il termine "rivelazione". Però le immagini che ne conserviamo nella nostra mente, forse a causa della spettacolarità delle visioni tenebrose, ci danno un senso di angoscia, di disperazione e di annichilimento.
In realtà non è così, almeno secondo me. L'immagine tragica delle visioni apocalittiche ha un significato più ottimistico di quello che ci appare. Quello che continuo a pensare e a desiderare è un futuro che guardi alle difficoltà del presente e agli incubi che ci ballano intorno beffardi e crudeli. Dobbiamo abbandonarci ad essi? Dobbiamo cedere alla rassegnazione dell'invariabilità degli eventi?
Continuo ingenuamente a pensare di no. A volte quello che desideriamo è solamente nascosto in fondo ad una coltre nera e polverosa, forse non ci accorgiamo che c'è. Ma spesso è la nostra pigrizia o forse il condizionamento di chi ci vive intorno che ci impedisce di guardare oltre. Togliere la polvere e la fuliggine è un compito ingrato e "sporco", ma vale la pena di provarci. A volte sotto un denso strato di detriti possiamo ritrovare quella parte dei nostri desideri e delle nostre aspirazioni che credevamo perdute per sempre...
Per completezza, il cavallo dell'immagine non è quello nero, ma quello verdastro (con tutto quello che lo cavalca e che gli viene dietro...). Anche se in fondo non ha molta importanza.
Dimenticavo, i post riflettono, a volte, lo stato d'animo dell'autore. Vorrei non turbare nessuno, ma a volte non mi riesce. Chiedo umilmente scusa a chi si turberà...

martedì 27 settembre 2005

Reti e sistemi

No, no! Non è un post dedicato alle problematiche relative ai problemi di interconnessione tra i sistemi digitali... Quelle di cui parlavo nel titolo sono reti "vere", invece la parola "sistemi" mi sembrava semplicemente carina come abbinamento (lo so, l'ospedale psichiatrico qui vicino ha ancora posti liberi).
A qualcuno è mai capitato di provare invidia per i pescatori, i contadini e, in genere, per tutti quelli che sono costretti in qualche modo ad obbedire al corso naturale degli eventi e alle condizioni climatiche? E' vero che anche qui è diventato tutto molto organizzato e automatizzato, ma qualcuno che "va a mare" in maniera tradizionale c'è ancora. Così come ci sono ancora quelli che riparano le reti (da pesca) e che, solitamente, sono gli anziani che non possono più andare sui pescherecci. Non ne ho fotografati, anche perchè non amano essere ritratti, ricordo ancora un episodio, quando uno di loro mi disse, con il tipico linguaggio colorito che ovviamente non riporto, che la foto per la tomba non gli serviva ancora. Però mi piace fermarmi a scambiare 2 chiacchiere con qualcuno di questi uomini "ex" di mare, ma che sono oramai costretti a terra. E' impressionante come siano ancora attenti alle differenze di colore del mare e del cielo, come conoscano ancora benissimo i venti che indicavano qualche repentino cambio di condizioni meteorologiche e, infine, come sappiano riconoscere anche quegli odori che possono far prevedere l'arrivo del bello e del cattivo tempo. Qualcosa, forse molto poco, sono riuscito ad imparare anch'io, ma una cosa mi ha stupito più di tutte. Quando ho chiesto ad alcuni di loro se si sentissero un po' malinconici per essere destinati a rimanere a terra, nessuno di loro si è intristito, anzi, sono stato quasi guardato con meraviglia e la risposta, variabile solo nel tono di voce o nella più o meno "stringenza" del nostro dialetto, è stata più o meno questa: "non mi hanno mica segato le gambe? Non vado a mare, ma cammino ancora". La frase, detta in italiano, non renderà mai l'idea, io spero invece di non dover aspettare altri 30 anni per capirne il significato...

sabato 24 settembre 2005

In vino veritas

Sono sempre rimasto affascinato da tutto quello che circonda le vecchie abitudini contadine e, in particolare, dalla preparazione del vino. Non fraintendetemi, non sono uno di quelli che rimpiange "i-bei-tempi-di-una-volta". Resto convinto che, al di là di alcune cose migliorabili, almeno oggi si muore meno di polmonite, di malattie croniche e di altre amenità varie.
Però alcune cose, per quanto ottimizzate, richiedono comunque attenzione e pazienza e fanno un po' riscoprire l'importanza del rispetto dei ritmi naturali, la calma dell'attesa e la soddisfazione per il risultato (quando arriva...).
E' un peccato, però, che le vecchie botti di legno siano state sostituite da queste nuove invenzioni d'acciaio, forse più facili da pulire, non soggette all'ammuffimento e ad altri guai tipici del rovere o della noce. Però, in fondo, ben poco è cambiato nelle piccole cantine dove qualcuno ancora produce in proprio e per la sola soddisfazione di farlo. La fine dell'attesa ha sempre qualcosa di magico, anche nella freddezza dell'acciaio e nella scarsa espressività dei muri smaltati. In fondo l'essenza, cioè quello che vedete dentro il bicchiere, ha esattamente lo stesso sapore di 20-30 anni fa, quando in questa cantina le botti erano di legno e qualli come me erano molto più "piccolini". Allora assaggiavamo il "prodotto" bagnando il ditino nel bicchiere dei nostri padri. Ora lo assaggiamo tutti insieme, con un po' di nostalgia per quando eravamo più (come si dice?) veri e sinceri, meno avvezzi alle falsità che siamo costretti ad imparare (ma non a praticare, si spera) oppure semplicemente più ingenui.
Un brindisi a chi passa di qui, che porti un po' di fortuna!

martedì 20 settembre 2005

Sul ponte sventola bandiera bianca...

Quante volte ci viene la tentazione di tirare i remi in barca e dire -basta così, forse ho dato abbastanza!- Cos'è, una sconfitta o una resa?
Personalmente mi è capitato tante volte, così come altrettante volte mi è capitato di pensare di non aver dato abbastanza e, comunque, di non esser in grado di dare più di tanto. Ho impiegato molto tempo a capire che non è questo, che ha importanza. Ci sono voluti anni a comprendere l'essenza della fondamentale e formidabile diversità tra la sconfitta e la resa e ho cercato, quando ho potuto, di arrivare ad una sconfitta, piuttosto che a una resa. Quando ho potuto, appunto. I *sempre vincenti*, ammesso che esistano, non hanno di questi problemi. Probabilmente molti di loro non vanno neanche a pesca. Lo sapete qual è la giornata tipica del pescatore, no? Tu esci, ti porti le canne (da pesca, e solo quelle!) e speri di portare a casa un ricco bottino. Metti in pratica tutto quello che hai imparato in anni di pratica sulla riva del lago e, alla fine, ti capita di tornare a casa con il cestino inesorabilemnte vuoto. Certo, il classico pescatore racconta sempre di incredibili stuccate di fili da parte di improbabili mostri acquatici, ma anche questo fa parte del gioco... di certo non tornerà mai in anticipo, abbandonando il "campo" dopo pochi minuti di attesa infruttuosa.

lunedì 19 settembre 2005

Un po' di tranquillità

Il titolo di questo post era quello a cui pensavo mentre lentamente risalivo il fiume, dopo la pseudo-avventura descritta nello scorso post. Lo so che sembra banale, in fondo chi è andato un po' per mare ha vissuto paure ben più grandi e, alla fine, avevo la possibilità di chiedere soccorso e, comunque, la scogliera era abbastanza vicina. Al massimo avrei danneggiato la barca e l'unico problema sarebbe stato quello di mettere mano al portafoglio. Però mi sono reso conto del pericolo a cui mi ero esposto solamente nel momento in cui tutto era tornato alla normalità, tranquillamente seduto davanti al timone e con una sigaretta accesa come unica compagnia. In quella situazione mi son tornati in mente un po' di fatti accaduti nella mattinata e nei giorni precedenti, di lavoro, di svago o semplicemente casuali. Gran bella cosa un mare agitato e spaventoso, può aiutarti ad apprezzare alcune cose a cui ti dedichi tutti i giorni, ma che a volte vedi passare rapidamente, a volte senza avere neanche il tempo di apprezzarne le sfumature. Certo, mi direte voi, dobbiamo tutti correre, al giorno d'oggi. Chi si ferma un po' a meditare e a metabolizzare un po' di più gli eventi che accadono o chi perde tempo a guardare il prossimo, fosse anche uno sconosciuto, non solamente negli occhi, ma cercandone i pensieri, i sentimenti e le preoccupazioni, butta il proprio tempo. Lo confesso, sono uno che a volte butta il suo tempo, mi fermo a guardare un gruppo di bambini che giocano a pallone o ad acchiapparello e, se mi capita, faccio un po' di chiacchiere "inutili" con le persone che incontro anche per caso oppure mi siedo su uno scoglio (qui ce ne sono tanti) a guardare lontano tanto per farlo, non per immaginari desideri di viaggi o di fughe. Potrei sembrare vuoto e fannullone, in questo, ma cosa saranno mai l'inutilità, la vacuità o l'aridità? La mancanza di un risultato in seguito al lavoro che dovremmo fare? Penso che l'inutilità sia un concetto che dovrebbe essere riservato alle *cose* inutili. Le persone non possono essere inutili, per definizione. E' facile arrivare a sentirsi tali, però. L'analogia è quella di un campo in cui crescano solamente erbacce o che, addirittura, diventi una spianata desertica. Di chi è la "colpa", del campo?

sabato 17 settembre 2005

L'uscita dal porto

Ecco, chi è andato qualche volta in barca lo sa certamente meglio di me, quanto sia importante valutare bene le condizioni meteorologiche prima di uscire dal porto per affrontare il mare aperto.
Solo soletto ho preso la barca di mio fratello (in realtà è una noce di cocco, ma a lui piace chiamarla così) e ho deciso di affrontare le onde in una giornata ventosa. La foto che vedete qui, doveva essere in realtà una prova per trovare l'esposizione ottimale, salvando il resto della scheda per le foto al largo... e poi ero un po' emozionato, in fondo era la prima volta che prendevo il mare da solo, nonostante io non abbia poche primavere alle spalle, dal momento che i miei soliti "compagni di viaggio" erano tutti affaccendati in altre problematiche familiari e non.
Il resto è storia! Le onde che ho trovato a qualche centinaio di metri dall'uscita del porto erano semplicemente spaventose, avevo paura di mettere la barca di traverso per tornare indietro (mi hanno insegnato che è il modo migliore per ribaltarla) e, ciliegina sulla torta, si era anche spento il motore!. All'inizio della giornata mi sentivo come il protagonista di una nota opera di Hemingway, di fronte alle onde ho pensato seriamente di fare la fine del capitano Achab. Fortunatamente il motore, dopo vari e faticosi tentativi, è ripartito, lentamente sono riuscito a prendere il coraggio a due mani (quello necessario per invertire la rotta, tenendo lo scafo di traverso il meno possibile) e, prua verso l'imboccatura del porto, sono tornato di corsa ad ormeggiare la noce di cocco.
Perchè vi racconto questo? Perchè ho avuto paura e mi sono anche andato a cercare personalmente i motivi per averne...
A che cosa ho pensato mentre risalivo il fiume verso gli ormeggi? E' troppo lunga, ve lo dirò con un altro post, quando mi riprenderò...

mercoledì 14 settembre 2005

I cannoni di San Sebastian

La costa atlantica della Spagna è uno di quei posti che ho sempre visitato con piacere, come tutti i posti di mare in generale, forse perchè il mare l'ho sempre visto da vicino e ogni volta che me ne separo provo una sensazione simile a quella che prova solitamente un bambino quando si allontana la prima volta dalla mamma.
Non impazzisco nel vedere le spiagge assolate con contorno di ombrelloni e vacanzieri carichi di borse e di stress. Preferisco le spiagge selvagge spazzate dal vento dell'inverno e le scogliere rocciose a picco sul mare, possibilmente flagellate dalle onde e con l'aria circostante carica di salsedine e di umidità. Sono sicuro che ci sarebbero frotte di psicologi in grado di dare un'interpretazione a queste mie sensazioni e ai miei desideri (spero che non leggano il blog, altrimenti rischio di essere rinchiuso...). Io ne ho una sola e, forse, molto semplice. Mi piace così, non lo so il perchè. Questi posti mi hanno sempre riempito l'anima svuotandola da quei tanti pensieri inutili e, a volte, nefasti che vorrebbero prendere il sopravvento e che, invece, possono essere spazzati via da qualcosa simile al vento che sferzava come un dannato il piccolo scoglio di San Sebastian.
In via collaterale, e non è poca cosa, vi posso assicurare che lì si mangiava veramente molto bene...

martedì 13 settembre 2005

J'entends siffler le train

Ho impiegato un bel po' di tempo ad imparare l'inglese, un po' per voglia e un po' per necessità. Non posso lamentarmi del risultato e della possibilità che ho avuto di conoscere altri posti e altre culture. Mi è rimasto però un cruccio, quello di non aver mai imparato il francese. Certo, direte voi, non è mai troppo tardi per farlo, ma come ho già detto un po' di tempo fa, io sono un pigro e pensare di dirigere i miei sforzi anche in quella direzione mi provoca un sottile disagio. Conosco, comunque, qualche parola di francese e, in particolare, le parole tel testo completo della canzone di Richard Anthony che da il titolo a questo post. Non la scriverò in questo contesto, chiunque circoli da queste parti è in grado di trovarne i dettagli tramite google e la struttura è talmente semplice che, con un po' di fantasia, il significato viene subito agli occhi...
Ho colto il significato del testo solo adesso e, come tutte le cose che ognuno di noi vorrebbe che fossero *come* vorremmo, ci ho rivisto una buona fetta delle situazioni vissute in passato. Ce le ho viste io, ovviamente. Ognuno potrebbe vederci altro e qualcuno potrebbe non vedeci niente, è il bello dei ricordi e anche il brutto di essi. Vorrei forse, a volte, correre ancora dietro a un treno che sta partendo e cercare invano di dire le cose che non ho fatto in tempo a dire. Avrei l'illusione di fermarlo o, semplicemente, ne avrei il desiderio, unito alla certezza dell'impossibilità di farlo. Non si vive di rimpianti, questo è vero, ma averne qualcuno può dare una mano a non cercarsene altri.

domenica 11 settembre 2005

Fuoco sulla Collina

Ci sono tanti motivi per scattare fotografie e ci sono tanti motivi per le diverse modalità con cui scegliamo i soggetti e i paesaggi. Ovviamente parlo per quelli come me, che se ne vanno i giro con una fotocamera in tasca, sempre pronta per l'uso. Oramai ho perso il conto delle immagini scattate, da più di 30 anni, prima con le pellicole, poi (molto ultimamente) con il digitale, che in fondo non mi piace, ma in effetti è molto più pratico.
Quest'obbrobrio che invece espongo oggi, è un vecchio ricordo passato allo scanner, di una foto scattata nel 1980 mentre pensavo a chissà cosa. Cosa ho fotografato? E' presto detto, uno scorcio di cielo durante una giornata di leggera foschia. Ricordo anche come ero messo: sdraiato a terra, con la borsa dell'attrezzatura fotografica a fianco e con l'apparecchio regolato in automatico. Allora mi chiedevo come mai la gente, passando, mi guardava perplessa... Ora forse non me lo chiederei più. Ma lo rifarei lo stesso, quella che vedete è una foto inutile, un altro l'avrebbe certamente buttata, ma io non sono mai riuscito a separarmene ed è una delle poche foto "convenzionali" che ho passato allo scanner. Forse perchè c'è tutto e non c'è niente. Oppure perchè è tutto da immaginare. O semplicemente perchè così mi andava...
Certo, alle volte mi sento come il protagonista della storia descritta in una famosa canzone del grande Ivan Graziani [Fuoco sulla collina], ma che ci posso fare, le illusioni mi hanno coinvolto a lungo, forse sono un romantico (molto forse), ma sicuramente sono un fesso (e comunque ne vado anche abbastanza fiero...)

sabato 10 settembre 2005

Tempo sprecato

Ci sono diversi modi per rilassarsi, probabilmente, e ci sono diversi posti nella nostra immaginazione adatti a questo scopo.
Personalmente mi sono sempre piaciuti i fari, soprattutto quelli costruiti in zone molto isolate e ancor di più quelli nei quali era necessario viverci dentro, un po' come quello della storia del drago Elliott. Un bel po' di gente mi prende per matto, quando racconto di questo particolare desiderio, soprattutto, forse, perchè oramai anche i fari sperduti sono stati resi automatici e controllabili a distanza (ah! Il bello della tecnologia...). Eppure continuo ancora a pensarci, ogni tanto. Mi immagino nelle giornate serene e tiepide, seduto sulla veranda dell'ingresso a chiacchierare con qualche altro amico che condivida questo piacere, senza fretta, sapendo che quella giornata trascorrerà lenta e che le prossime continueranno a passare senza fretta. Così come mi immagino nei giorni in cui il mare è in tempesta e il vento e la pioggia mi impediscono di uscire, lasciandomi nella solitudine, con i miei pensieri e con la sola luce di quel faro a farmi compagnia. Anche in quest'ultimo caso sarebbe affascinante assaporare la consapevolezza che ci saranno altri giorni di tempesta, ma che anche questi troveranno una loro fine.
Lo immagino, lo so. So anche che sono un po' matto, o forse solamente un po' fesso, ad immaginare queste situazioni. Un giorno seguirò il consiglio di quegli amici che mi riportano alla realtà e smetterò di sprecare tempo con i miei quadretti mentali. Forse, ma solo un po'...

martedì 6 settembre 2005

L'ora che passa

Ce l'avete presente il trascorrere del tempo in un vecchio convento di frati o di suore? Non adesso, la maggior parte di quei luoghi si sono probabilmente adattati ad un tipo di vita che forse meglio si adatta ad una serie di esigenze "temporali" più che spirituali. Comunque, intorno al XV secolo le cose andavano in maniera abbastanza semplice e cadenzata e tutto il giorno sembrava fatto apposta per costringere i monaci ad evitare le tentazioni. [1] Durante la stagione invernale, cioè dal principio di novembre sino a Pasqua, secondo un calcolo ragionevole, la sveglia sia verso le due del mattino [2] in modo che il sonno si prolunghi un po' oltre la mezzanotte e tutti si possano alzare sufficientemente riposati... Una vita comodissima, vero?
No, non preoccupatevi. Non voglio tenere una lezione sulle congregazioni religiose, non ne sarei capace e non ne sarei probabilmente degno. Certo che per noi moderni, abituati ad una serie di accessori e facilitazioni, compresa la luce elettrica, pensare ad una vita dettata semplicemente dal sorgere e dal tramontare del sole deve essere per forza uno sforzo incredibile. Mi resta però un dubbio. Sono io solamente ad avere la tentazione di passare qualche giorno [non di più] in un luogo senza telefoni, senza luce e ammennicoli vari tanto per vedere l'effetto che fa? Spero solo che a qualcuno non venga la stessa idea per farci un reality...

domenica 4 settembre 2005

... E' il fatto che tu sei il coltello con cui frugo dentro me stesso...

Credo che a molti sia capitato di leggere un qualche romanzo epistolare. Personalmente non leggo tantissimo, anche a causa della mia ben nota pigrizia, ma se c'è un genere che non mi è mai piaciuto molto, ebbene è proprio quello epistolare.
Mi è capitato, invece, di leggere un delizioso romanzo di questo tipo qualche anno fa e, come tutte le cose che hanno in qualche modo colpito la mia attenzione, di tanto in tanto mi vengono in mente dei passaggi di quel libro e provo a riassaporare le sensazioni che ho provato nel leggerlo. La storia era intrigante quanto piacevole, intensa quanto inquietante. Il finale mi è rimasto un po' indigesto, ma preferirei non parlarne. Anzi, farò di meglio, non dirò neanche il titolo del libro in oggetto, basterà una frase che lascio come titolo... tanto qui in rete è pieno di topi di biblioteca in grado di riconoscere un opera anche solamente dalla posizione delle virgole.
Capriole sorridenti con contorno di giravolte a tutti!

venerdì 2 settembre 2005

L'Alfa e l'Omega

Il principio e la fine, l'ingresso e l'uscita, il tutto e il niente. Mi affascinano e mi terrorizzano allo stesso tempo, i concetti estremi. Forse a causa della loro stessa intangibilità. Il tutto e il niente sono dei concetti che forse neanche esistono nella natura del nostro universo. Non c'è veramente qualcosa che identifichi il tutto, forse perchè c'è sempre qualcosa da aggiungere. Non c'è neanche qualcosa che identifichi il niente, perchè c'è sempre qualcosa che può essere tolto, a quello che consideriamo il nulla. Un po' come succedeva prima di Einstein, la velocità della luce non poteva essere superata, ed ecco i buchi neri, gli orizzonti degli eventi e quant'altro è associato a questo tipo di fisica. Ce l'avete presente un buco nero? Quel posto tanto decantato da tanti film di fantascienza? Dovrebbe essere il nulla, oppure il tutto, un qualcosa che non è visibile, ma che ingoia qualunque cosa si trovi nel suo ambito gravitazionale. Eppure è curioso, se noi potessimo osservare gli oggetti che vi cadono dentro, non li vedremmo sparire mai, resterebbero, per noi, sempre a vagare in quella zona definita come "orizzonte degli eventi". Diventerebbero, ai nostri occhi, sempre più grandi, sempre più rosse, ma non sparirebbero mai. Anche se in realtà sarebbero già distrutte, o meglio annichilite, da tempo.

giovedì 1 settembre 2005

Ingresso o uscita?

Ho sempre avuto un po' di timore nel guardare le gallerie, eppure non soffro di claustrofobia. Ne ho presi tanti di treni, ne ho passati tantissimi, di tunnel, ma guardarli dall'esterno mi fa sempre uno strano effetto, così come mi fa effetto il fischio del treno, un misto tra serenità e tristezza, voglia di partire e nostalgia di averlo fatto.
Come al solito, so di dire cose scontate, luoghi comuni. La galleria come luogo oscuro, sconosciuto. Il treno come metafora del viaggio, del cammino, della partenza e del ritorno. O del non ritorno.
Comunque la foto era a colori, ma l'ho modificata in scala di grigi. Perchè? Forse perchè il bianco e nero è il colore del passato, forse perchè (altro luogo comune) il bianco e nero è il colore dei ricordi oppure solamente perchè la mia testa mi ha detto di fare così, in questo momento. Al di là di tutto questo, la quantità di ricordi e di sensazioni che anche uno sterile e per certi versi semplice manufatto umano strumentale solamente all'attraversamento di una montagna può generare, ha dell'incredibile. Forse sono io che vedo tutto questo in un buco sulla parete di roccia di un versante appenninico? Spero di no, altrimenti comincio a preoccuparmi...
Ah! Quasi dimenticavo. C'è una risposta alla domanda riportata nel titolo? Cos'è questo, un'ingresso o un uscita? O semplicemente un passaggio?
Sorrisi (un po' bui, ma solo per poco)